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Interviste. Yvan Sagnet e il caporalato, dalla protesta alla proposta

Yvan Sagnetr. (foto com.) ndr.
Il caporalato non è sconfitto ma in questa battaglia sono ottimista Intervista esclusiva 


di Luciano Manna

TARANTO, 29 SETT. -  Yvan Sagnet arriva in Italia per studiare nel 2007. Sin da piccolo ha sempre sognato il nostro paese per il calcio, la moda, il clima e l'accoglienza della gente. Aveva cinque anni quando i suoi eroi della nazionale del Camerun giocavano i mondiali del '90, e proprio in quel periodo Yvan conosce l’Italia. Studia l'italiano, gli usi, i costumi e le nostre tradizioni, si appassiona alla storia, alla politica e la società, finché realizza il suo sogno arrivando in Italia e vincendo una borsa di studio al Politecnico di Torino, la città della sua Juventus, squadra che tifava sin da bambino. Terminata la borsa di studio cerca lavoro per continuare a pagarsi gli studi, così nell'estate del 2011 parte per la Puglia ed arriva a Nardò nella masseria Boncuri dove incontrerà altri braccianti per la raccolta del pomodoro. Yvan scopre così il mondo del caporalato, quello che per pagare pochi spiccioli costringe il bracciante a lavorare sedici ore sotto il sole e a vivere in condizioni disumane. Sfruttamento e diritti calpestati che inducono Yvan e altri braccianti ad organizzare il primo grande sciopero che mette in ginocchio parte della filiera agroalimentare, fondamentale per l'economia regionale. Da quel giorno la vita di Yvan non sarà più la stessa: denuncia i caporali, partono le indagini e si avvia il processo penale SABR (abbreviazione del nome di uno dei principali imputati, il tunisino Saber Ben Mahmoud Jelassi, detto “Giuseppe il tunisino” o “Capo dei capi”) dove lui stesso è testimone chiave e parte civile. Inoltre la rivolta di Nardò avvia l'iter legislativo che produce la prima legge sul caporalato (Legge n. 148/2011) ed oggi il nuovo disegno di legge approvato questa estate al Senato (Ddl 2217) , che prova a migliorare la precedente legge. Abbiamo posto ad Yvan Sagnet alcune domande in merito ai fatti recenti chiedendo il suo punto di vista. Nel processo SABR la Procura chiede circa 170 di carcere. Yvan, come hai accolto la notizia? -Mi sembra una pena meritata anche se avrei voluto fosse più severa visto la gravita dei reati commessi dagli imputati. I reati contestati vanno dal caporalato alla riduzione in schiavitù che meriterebbero la pena massima per ogni imputato. Detto questo, il fatto che il processo sia stato avviato e che presto si arrivi a sentenza è per noi motivo di speranza e di soddisfazione. Perciò ringrazio i miei compagni di battaglia che hanno fatto prova di grande coraggio, tutte le forze sociali e soprattutto la direzione distrettuale anti mafia di Lecce per il suo supporto. Questa estate è passata al Senato la legge sul caporalato, un altro passo importante? -La legge approvata di recente al Senato, e che molto probabilmente verrà approvata in modo definitivo alla Camera entro fine anno, ha come obiettivo quello di migliorare l'attuale legge sul caporalato approvata nel 2011 in seguito allo scioperò di Nardò. Questa nuova legge è un passo importante ma non decisivo. A mio avviso non risolverebbe in sostanza il dramma del caporalato e del lavoro irregolare perché preconfigura una legge puramente repressiva mentre per risolvere la questione bisognerebbe agire soprattutto sulla prevenzione. C'è bisogno di educare le nostre aziende a una nuova cultura d'impresa che passa attraverso l'approvazione di un meccanismo di certificazione etica di filiera. Effettivamente ancora oggi, nonostante la legge e il processo in corso, il fenomeno del caporalato è ancora una ferita aperta e lo leggiamo nello sguardo profondo di Yvan che continua -Si è vero, il caporalato è un fenomeno che esiste in questo paese da decenni e che continua ancora a colpire l'intera classe bracciantile in agricoltura. E' un fenomeno strutturale che ha favorito lo sviluppo dei ghetti, luoghi di aggregazioni dei lavoratori stagionali stranieri che consentono ai caporali di controllare e gestire al meglio il reclutamento della manodopera. I ghetti sono diventati bacini di manodopera illegale per le imprese agricole italiane. Sono delle vere e proprie zone franche di lavoro nero. Il sistema dei ghetti ha reso il mercato del lavoro straniero parallelo a quello italiano, sommerso e fuori da ogni tipo di controllo. Nei ghetti vigono le leggi imposte dai caporali che in assenza dello Stato hanno guadagnato il consenso di coloro che schiavizzano, perciò diventa complicato operare. Yvan, tu sei passato dalla denuncia alla proposta, quali sono i tuoi progetti in merito? -Il progetto NOCAP che sto portando avanti insieme con il CETRI-TIRES  è la soluzione al problema. Mi sono reso conto che il caporalato è soltanto la parte finale di un vasto fenomeno di sfruttamento che ha origini lontane. Se vogliamo sconfiggere il caporalato e il lavoro irregolare in generale bisogna intervenire sulle sue cause ovvero sul sistema della grande distribuzione organizzata che impone il prezzo delle merci ai produttori asfissiando di fatto l'intero sistema produttivo. A pagare il prezzo di tale operazione è l'anello debole della catena cioè i lavoratori. L'obiettivo di NOCAP è di creare una filiera alternativa alla grande distribuzione organizzata accompagnato da un marchio di certificazione di tutti i processi produttivi, dalla produzione alla distribuzione, fino alla commercializzazione dei prodotti agricoli e che avrà il compito di certificare i prodotti su quattro diversi aspetti: quello Etico, Biologico, Energetico e di Filiera Corta.  Tutta la tua storia e la tua avventura sono scritte in due libri, vuoi raccontarci qualcosa? -Il mio primo libro "Ama il tuo sogno" narra alcuni momenti importanti della mia vita tra cui l'esperienza dello sciopero di Nardò contro i caporali e gli imprenditori ha avuto il merito di aver riportato a livello nazionale e internazionale la questione del caporalato. E' stato un vero successo che ha visto la stampa e la vendita di più di 10.000 copie. Il mio secondo libro "Ghetto Italia", scritto a quattro mani insieme al sociologo Leonardo Palmisano, fa un accenno alle condizioni drammatiche di vita e di lavoro in cui versano i migranti che dimorano nei ghetti. E' un libro che segue il "trend" del primo. Questo dimostra l'interesse dell'opinione pubblica su fenomeni cosi complessi e mi dà spinte di ottimismo per continuare ad affrontare questa battaglia cosi complessa.





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