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 'La Buona Politica' - Sofisti: maestri di virtù e mercenari della ragione

Sofisti maestri di virtù. (foto com.) ndr.

di Cosimo Imbimbo 

BARI, 2 NOV. - Alle origini il termine sofista rappresentava il sapiente ed il saggio, riferendosi ad un uomo esperto conoscitore e dall’ ampia cultura. A partire dal V secolo, invece, si denominarono «sofisti» quegli intellettuali che professavano la loro conoscenza per poi insegnarla a pagamento. Questa commercializzazione del sapere rese i sofisti invisi a molti poichè, per l’aristocrazia del tempo, il fatto che un filosofo si facesse stipendiare per i suoi insegnamenti era un vero scandalo. Senofonte li criticò aspramente definendoli “prostituti della cultura”ed anche Aristotele e Platone li denigrarono, chiamando i sofisti “negozianti di merce spirituale”.

Anticamente il termine sofista era sinonimo di saggio e alludeva ad un uomo esperto, dotato di una vasta cultura. Invece nel V secolo si chiamarono Sofisti quelli intellettuali che facevano professione di sapienza e la insegnavano dietro compenso, per questo vennero screditati dalla mentalità aristocratica e soprattutto da Platone e Aristotele che li giudicarono falsi sapienti, interessai ai soldi più che alla verità. E questa concezione continuò a permanere fino ad ora dove il termine sofista è uguagliato a falso, truccato (“sofisticato”). La critica contemporanea però appare più favorevole ad una rivalutazione. I sofisti vennero ritenuti falsi sapienti, interessati solo alla fama e al denaro e non alla ricerca della verità.Nel mezzo delle complesse vicende politiche di Atene nel corso del V sec, videro la luce nuovi fenomeni quali la storiografia, il teatro comico e tragico e in modo particolare la sofistica, una disciplina destinata a confrontarsi (e scontrarsi) con la filosofia per molto tempo. Il termine “sofista” letteralmente significa “colui che si occupa di tutto lo scibile” ed è sua caratteristica fondamentale il saper trasmettere tale conoscenza enciclopedica. Pertanto si propone come precettore al servizio delle famiglie ateniesi più ricche ed influenti, fornendo le competenze necessarie ai giovani rampolli per le loro future carriere giuridiche e politiche. Già qui si può notare un primo aspetto controverso, una delle varie “macchie” su cui tutta la tradizione filosofica a partire da Platone e Aristotele fino al Novecento costruirà uno stereotipo negativo del sofista: un educatore provvisto di conoscenze sì varie ma superficiali e interessato al profitto. Del resto, prima di Nietzsche c’era già Platone e la famosa discussione del Teeteto, sul vento che per me è caldo e per te è freddo: fin da Platone è insomma chiaro che i sofisti non affermano che non esiste la realtà senza di me; essi sostengono piuttosto che la realtà si frantuma nella relazione con i soggetti percipienti. Tanti sono i soggetti tante sono le realtà. 

Per capire davvero il senso dell’intuizione protagorea bisognerebbe però continuare nella lettura del dialogo platonico. Se così si facesse, si verificherebbe che questa idea a Protagora non serve per discutere di vento e montagne, per stabilire se e in che modo la loro esistenza, e il loro essere provvisti di una certa proprietà, dipende da noi. L’interesse di un sofista come Protagora è eminentemente pratico: come è relativo il caldo e il freddo del vento, così sono relativi il buono e il giusto, il brutto e l’ingiusto. Ed è su questo che si gioca la vera partita: non si tratta di compiere un’indagine astratta e teorica, bensì di costruire un rapporto vantaggioso con la realtà che ci circonda, con quella realtà, concreta, immediata e sempre sfuggente, che sta di fronte a me. E qui cominciano i problemi, perché la molteplicità della realtà, la sua ambiguità, ci priva del punto di riferimento più scontato: dato che una realtà unitaria non esiste, dato che i rapporti che possiamo costruire con essa sono sempre particolari e instabili, il rischio è quello di una divergenza permanente – o meglio, perché qui non si tratta più del vento, ma di valori come la giustizia e il bene, il rischio è quello di un conflitto permanente tra tutti i soggetti. Nel corso del tempo numerose sono state le opinioni sui sofisti e per lo più molto critiche, come quelle di Platone e Aristotele. Oggi si è smesso di considerare questi pensatori come semplici imitatori del vero filosofo o come esponenti di quell'atteggiamento per cui si crede di sapere senza in realtà sapere realmente; né si dà al termine sofista il significato dispregiativo che sorse dalla condanna platonica e aristotelica (prima che essi potessero esprimere il loro parere, sofista era attributo della persona abile e competente in qualsiasi ramo del sapere). 

Non possiamo più considerarli nemmeno come dei semplici retori che mostrano la loro abilità nell'ingannare l'ingenuo ascoltatore, o come corruttori della gioventù, abili in una dialettica priva di ogni contenuto di verità. Inoltre più che di una corrente omogenea è giusto parlare di qualche carattere, peraltro esteriore, che li accomuna, come il girovagare per le città greche o, cosa scandalosa per quell'epoca, il farsi dare un compenso in denaro per l'attività svolta (in particolare questo fatto colpì negativamente Platone, che era convinto che l'insegnamento della virtù potesse avvenire solo all'interno di un rapporto di amicizia disinteressato).





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