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'La Buona Politica' - Governo Gentiloni: val bene la classica minestrina riscaldata

Paolo Gentiloni. (foto com.) ndr.

di Cosimo Imbimbo 

BARI, 19 DIC. - Riecco con Gentiloni l’ennessimo atto repubblicano italiano dove la ridda di voci e novità si confermano con vorace loquacità e assurde contrarietà poi sciolte come neve al sole. Si ripete un ennesima volta la commedia del ridicolo, pur di non si smettere di deludere quel popolo di poeti, santi e navigatori. In tempi record, come era nelle intenzioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella soddisfatto per una «soluzione rapida e lineare» della crisi, nasce il governo Gentiloni. A qualcuno piace così. Eccoli i “nostri ….eroi”: Anna Finocchiaro Rapporti Parlamento, Marianna Madia Semplificazione e Pa, Enrico Costa Affari Regionali. Claudio De Vincenti alla Coesione Territoriale e Mezzogiorno, Luca Lotti Sport. 

Con portafgolio Angelino Alfanoagli Esteri, all'Interno Marco Minniti, alla Giustizia Andrea Orlando, alla DifesaRoberta Pinotti, all'Economia Pier Carlo Padoan, allo Sviluppo EconomicoCarlo Calenda. Alle Politiche agricole Maurizio Martina, all'Ambiente Gian Luca Galletti. Ai Trasporti Graziano Del Rio. Al Lavoro Giuliano Poletti. All'Istruzione Valeria Fedeli. Ai Beni Culturali Dario Franceschini. Alla SaluteBeatrice Lorenzin. Sottosegretario di Stato alla presidenza del consiglio Maria Elena Boschi. Per il resto, con la riconferma di 13 ministri e la promozione a ministro di tre sottosegretari, il governo Gentiloni rappresenta la continuità dell'esecutivo di Matteo Renzi. Non mancano tuttavia novità importanti, prima fra tutte il cambio della guardia al ministero degli Interni traAngelino Alfano e il sottosegretario ai Servizi Marco Minniti, con il trasferimento del leader di Ncd al ministero degli Esteri, lasciato libero dal neo-premier. Claudio De Vincenti da sottosegretario diventa ministro della Coesione territoriale e del mezzogiorno. Luca Lotti diventa ministro allo Sport anche se mantiene le deleghe all'editoria e al Cipe. Il 4 dicembre si è svolta una consultazione elettorale per confermare o respingere la riforma della costituzione, proposta dal governo e approvata dal parlamento in doppia lettura. Il presidente del consiglio Matteo Renzi si era impegnato in prima persona nella campagna elettorale per il sì e aveva detto più volte che avrebbe lasciato il suo incarico se la riforma fosse stata bocciata. Per questo, dopo la sconfitta del sì con un ampio margine, ha ritenute necessarie le sue dimissioni. Le dimissioni, tuttavia, non erano dovute: il suo governo non aveva perso il sostegno della maggioranza dei parlamentari. Per questo motivo il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha provato a chiedere a Matteo Renzi di restare al suo posto fino alla fine della legislatura. In seconda battuta ha cercato un candidato alla presidenza del consiglio che fosse indicato dal partito di maggioranza relativa, il Partito democratico, e che potesse contare sulla stessa maggioranza in parlamento su cui contava l’esecutivo guidato da Renzi. «Dicono di aver preso il 40% dei voti, come mai nessuno prima, allora devono rileggersi la storia: nel referendum sulla scala mobile il Pci prese il 42% circa e poi alle elezioni ebbe il 20%. Fare il calcolo oggi è semplice», ha concluso D’Alema. Gentiloni, che sembra voler agire in continuità con il precedente governo Renzi. Oltre alla riforme ha indicato tra gli impegni del suo esecutivo «le priorità internazionali, economiche, sociali, a iniziare dalla ricostruzione delle zone colpite dal terremoto». Detto questo, quanto potrà durare il governo molto dipenderà dalle urgenze del Paese e dal contesto politico. Dopo il referendum, Renzi si era interrogato su come fosse possibile che la gente lo odiasse così tanto. Dopo le nomine fatte fare a Gentiloni, adesso forse lo capirà. Nauseante, deprimente è la quantità di frasi fatte, propaganda un centesimo al quintale che i politici si riversano addosso l’un l’altro. 

Solo chiacchiere senza fondamento, frasi senza ragionamento, solo un eterno e assoluto lanciarsi schifo contro schifo. La polemica contro questo governo usa lo stesso campionario di insulse comizialità. Altri, soloni dalla politica, rilevano che questo governo è “troppo poco”. per affrontare immigrazione, crisi bancaria, ripresa economica, legge elettorale…In effetti è così. Ma questo governo non deve affrontare quel che dovrebbe affrontare un governo figlio di una consultazione elettorale, proprio no. Questo governo non è troppo poco per quel che deve fare: attendere la sentenza della Corte Costituzionale il 24 gennaio e accompagnare il Parlamento alla rapida stesura della conseguente legge elettorale e poi garantire le elezioni appena si può. Anzi, in questo governo al suo primo passo c’è un “dureremo” di troppo. Ineccepibile in termini costituzionali il “fino a che c’è la fiducia delle Camere” pronunciato da Gentiloni. Ovvio ma sottolinearla questa ovvietà svela una comprensibile tentazione di durare oltre giugno 2017.

Tanto ovvia quanto nefasta se si vuole avere qualche possibilità che il prossimo a presentarsi alle Camere da premier non sia un Di Maio o un Di Battista.





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