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Psicologia. Fumetti e supereroi: i bambini non possono diventare aggressivi

Funetti e supereroi per bambini. (foto com.) ndr.

di Rossana Putignano

BARI, 23 GEN. - Secondo una ricerca alla Bingham Young University, pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Abnormal Child Psychology “tanti bambini in età prescolare amano i supereroi e molti genitori assecondano la cosa perché sono convinti che possa aiutare i propri figli ad essere più gentili con i coetanei ma il nostro studio dimostra l'esatto contrario”. I ricercatori hanno chiesto ai genitori su un campione di 240 bambini (composto da maschietti e femminucce) di valutare il livello di coinvolgimento dei propri figli attraverso una stima del grado di identificazione e del tempo che passano giocando o guardando in televisione i supereroi. In una seconda fase, è stato chiesto ai bambini di scegliere tra 10 supereroi il loro preferito ed il perché avessero scelto proprio quello. 
Dalla ricerca succitata è emerso che solo il 10% dei bimbi ha specificato la propensione alla protezione dei più deboli come la caratteristica principale del proprio personaggio preferito; il 20% ha riportato alcune caratteristiche violente come “ è grande e può fare a pugni” o “perché può rompere e distruggere tutto”. Un bambino, addirittura, ha risposto “Capitan America è il mio supereroe preferito perché può uccidere”. Il restante 70% del campione, infine, ha espresso commenti neutri. A mio avviso, la ricerca non può essere molto attendibile per il solo fatto di non aver selezionato il campione per categorie di età; i bambini sono esseri in crescita e finché non completano lo stadio del “pensiero operatorio concreto” (vedi teoria di Jean Piaget) intorno gli 11-12 anni non sono in grado di ragionare su ipotesi e argomenti astratti, non tangibili; prima di questa età, i bambini non possono comprendere il vero significato delle parole come amore, odio, rabbia ecc.. I bambini allo “stadio operatorio concreto” riescono a compiere operazioni mentali più complesse basate su dati concreti, tuttavia, non hanno raggiunto ancora la sufficiente maturità cognitiva per comprendere i concetti astratti. Questa fase, però, pone le basi per la nascita dei sentimenti di cooperazione, amicizia, rispetto reciproco, etica e senso di giustizia: il bambino esce dal suo egocentrismo e inizia a scoprire i vantaggi dell’integrazione di opinioni diverse dalle proprie. 
Alla luce dei differenti stadi evolutivi del pensiero nel bambino, credo che i risultati della ricerca in questione non siano molto attendibili: ad esempio, per un bambino di 5 anni parole come “ può distruggere tutto” o “può uccidere” non hanno lo stesso peso che possono avere in un adolescente o adulto. Per queste ragioni, ritengo che questi i dati forniti dalla ricerca non siano allarmanti, tuttavia, possono costituire un incipit per ulteriori ricerche in merito alla questione: la violenza può essere appresa? Secondo la “teoria dell’apprendimento sociale” di Albert Bandura (Bandura, A.,1977, Social Learning Theory, Prentice Hall, Englewood Cliffs, NJ), l’apprendimento non implica esclusivamente il contatto diretto con gli oggetti ma può avvenire anche attraverso esperienze indirette, sviluppate attraverso l’osservazione di altre persone. Chiama modelling il processo di apprendimento che si attiva quando il comportamento di un individuo che osserva si modifica in funzione del comportamento di un altro individuo che funge da “modello”. Sono stati condotti proprio degli studi sull’imitazione di comportamenti aggressivi di bambini che osservano un modello. Bandura individua nell’identificazione tra modello e modellato la condizione principale nell’apprendimento osservativo; s econdo Bandura, questo processo d’identificazione è legato ad aspetti affettivi tra persone che hanno determinati ruoli sociali. Questo processo, però, non è valido solamente per condotte aggressive e nocive al bambino ma anche per comportamenti funzionali (ad es. la capacità di risolvere i problemi appresa tramite imitazione). 
La teoria dell’apprendimento sociale , se applicata al discorso dei fumetti o dei supereroi appare un po’ inadeguata perchè ritengo che tale problema non abbia ragione di esistere: il bambino necessita di sentirsi “onnipotente” nel gioco. Donald Winnicott descrive il gioco come un’esperienza creativa che permette al bambino di esprimere la propria personalità, sospendendo il giudizio sulla realtà stessa perché faticosa e dolorosa. Questo atteggiamento ludico verso il mondo rappresenta un’area neutra e intermedia tra se stesso e il mondo esterno e, solo in questo spazio, può comparire la creatività permettendo al bambino di trovare se stesso. Per il bambino la creatività è l’unica modalità per entrare in contatto con la realtà esterna. Secondo Winnicott, l’intera vita culturale dell’essere umano origina da questo spazio che, a sua volta, deriva dallo spazio intersoggettivo esistente tra madre e bambino. 
Nella fattispecie dei supereroi, essi sono delle figure estremamente positive e valorizzanti per il bambino: infatti, identificandosi con loro, il bambino trova la forza di cui ha bisogno per sopravvivere, si inventa situazioni diverse da fronteggiare per infondersi coraggio e per confrontarsi con i genitori stessi visti come “onnipotenti” , consentendogli di sopportare meglio le frustrazioni dai limiti imposti.





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