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Redazionale. Maggior rispetto per le forze dell’ordine

Corpi di Polizia italiana. (foto com.) ndr.

di Ninni Di Lauro

BARI, 14 FEB. - L’intera organizzazione delle forze dell’ordine italiane conta, approssimativamente, 300.000 dipendenti tra carabinieri, finanzieri, poliziotti ordinari e penitenziari. L’arma dei carabinieri, per esempio, da sola si avvale della collaborazione di poco più di 100.000 dipendenti. Senza sottovalutare i rischi che comporta la loro professione, sarebbe bello che tutti noi avessimo per questi agenti un maggior senso di stima e di massimo rispetto. Non riesco assolutamente ad accettare il termine servitori dello stato con il quale i nostri politici, solitamente, osano definire questi tutori dell’ordine
L’etimologia latina della parola servitore è servum. Questo termine è un aggettivo che sta ad indicare chi è privo di libertà o di chi svolge servizi generici, specialmente domestici, alle dipendenze di privati. Non mi pare il caso di dimostrare tanta ingratitudine nei confronti delle forze dell’ordine in maniera così dispregiativa. “Lor signori”, che occupano incarichi politici, dovrebbero essere grati a coloro i quali fanno loro la scorta, effettuano blitz contro chi delinque rischiando pure la propria pelle. Purtroppo, sono davvero tanti i cittadini che non li amano in quanto si sentono infastiditi per il solo fatto che, durante un posto di blocco, i nostri tutori dell’ordine chiedano di identificarli. Chi non ha nulla da nascondere, non dovrebbe provare alcun disturbo durante un semplice controllo dei propri documenti o di quelli del mezzo con il quale si viaggia. Vi inviterei a considerare un solo dato. In Italia dai tre ai quattro milioni di autovetture circolano senza alcuna copertura assicurativa. Come chiamare questi incoscienti? Semplicemente “criminali della peggiore specie”. 
Grazie alla presenza della “benemerita” o di altri corpi di polizia, un semplice “controllo identificativo” andrebbe sempre considerato come una forma di garanzia e di protezione personale. Non sono assolutamente di parte in quanto l’unico mio legame con l’arma è quello di essere stato, alle elementari, compagno di banco di un bimbetto diventato poi Cappellano Militare dei C.C. Una semplice ed antica amicizia, consolidata nel tempo, che mi ha permesso di apprezzare da vicino le problematiche che quotidianamente vivono questi tutori dell’ordine. Don Franco, era questo il nome di questo ufficiale cappellano, purtroppo scomparso. Con lui ho spesso pranzato, nel suo appartamentino situato nella Legione di Bari. Ci si frequentava da buoni amici, ci si scambiava idee e opinioni senza esimerci dal disquisire animatamente a causa di alcuni punti di vista divergenti. Io parlavo delle mie idee rivoluzionarie e anti clericali, lui, di contro, mi redarguiva e dopo avermi “perdonato” mi sorrideva e chiudeva la discussione invitandomi a pranzo per la settimana successiva. Penso che una delle poche volte, forse l’ultima, che mi sono confessato l’ho fatto volentieri con lui. Non era solo un prete ma un ufficiale gentiluomo. 
Ai Carabinieri ed a tutte le Forze dell’Ordine vada il nostro doveroso “grazie”, sincero e senza remora alcuna. Una forma di rispetto dovuta a coloro i quali dovremmo considerare i nostri “angeli custodi”.





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