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'La Buona Politica' - Ripresa economica: italia avanti tutta

Ripresa economica. (foto com.) ndr.

di Cosimo Imbimbo 

BARI, 20 NOV. - L’Istat ha confermato la crescita del Pil dello 0,4% durante il secondo trimestre, ossia l’1,2% durante l’anno in corso. Rispetto al 2016 la crescita segna un +1,5%. Dati incoraggianti che superano anche le stime del governo. Nei paesi dell’Eurozona, però, i numeri sono più rosei: +0,6% di crescita rispetto al primo trimestre 2017 e +2,2% su base annua. Il premier Paolo Gentiloni vede nei numeri nazionali una via “per rilanciare economia e posti di lavoro”. Meno prudenti le parole del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, secondo cui il merito è del governo che ha saputo comportarsi con coerenza durante la crisi, sostenendo la ripresa con un occhio aperto sulle esigenze di bilancio.I fatti, così come si presentano, indicando che per l’Italia, quello conclusosi a fine giugno, è il decimo trimestre consecutivo di crescitae, per trovare un trimestre più incoraggiante, bisogna ritornare ai primi 90 giorni del 2011, quando la crescita ha fatto registrare il +2,1%. Incrementi che sono sufficienti per parlare di crescita persistente, certo, ma non sufficienti a premiare il governo. Per Quadrio Curzio sono almeno tre i soggetti tra cui dividere i meriti. 
Il primo, appunto, sono state le politiche dei governi dal 2014 ai giorni nostri, a cominciare, dice, da "decontribuzione, super ammortamenti e industria 4.0" che "sono tutti provvedimenti che hanno dato una buona spinta all'economia e questo va riconosciuto obiettivamente". Il secondo, prosegue, va riferito alle imprese, "molte hanno chiuso ma molte hanno saputo innovare e correre rischi sui mercati internazionali e, come dimostra il manifatturiero, non solo reggere la crisi ma addirittura rilanciare". "Il terzo aspetto che forse talvolta non viene valorizzato – spiega Quadrio Curzio - è che tutto sommato il nostro Paese ha avuto una tenuta sociale considerevole nel contesto della crisi del Dopoguerra . Comunque sarebbe opportuno guardare le dinamiche demografiche in corso, aiuta a capire dove stiamo andando. E l’immagine dell’Italia che ci arriva dal futuro è quella di un Paese dominato dai capelli grigi. Entro il 2030 ci sarà una regione in più, grande quanto la Toscana, composta solo da over 65. Che saranno ancora al lavoro, mentre i 40enni manderanno ancora curriculum. «La popolazione italiana diventa anziana. 
E anche l’immigrazione, che finora ha in parte bilanciato l’invecchiamento, va via via diminuendo per via della crisi economica», dice Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano. «Qui nessuno pensa al futuro. Non ci pensano i politici, e i giovani per forza di cose hanno sospeso il giudizio. Ma tra quarant’anni sarà un disastro». il Centro studi di Confindustria ha rilevato che l’Italia è la settima potenza manifatturiera del mondo e la seconda in Europa. In questa classifica, che vede in testa Stati Uniti, Cina, Giappone e Germania, si è mossa verso l’alto la Corea del Sud e restano indietro Francia e Regno Unito, mentre l’Italia mantiene la posizione precedente. Da un lato, tale posizione dopo la crisi recessiva 2011-14 che ha distrutto quasi un quarto del sistema industriale nazionale e circa 800mila posti di lavoro - finora recuperati solo 60mila - mostra una sorprendente forza e qualità competitiva nell’export globale. Dall’altro, bisogna chiedersi se la posizione stessa ha una tendenza a scendere o a salire. Gli studi di chi scrive, per fondi d’investimento industriale, indicano un rischio di competitività decrescente. Pertanto il buon dato sopra riportato non deve essere rilassante, ma motivo per rafforzare sempre di più l’industria italiana, facilitandone in tutto i modi sviluppo competitivo ed espansione internazionale. Anche perché la coda della recessione sta colpendo ancora: i fallimenti aziendali, in generale, pur in riduzione tendono a essere superiori alla nascita di nuove imprese.
Nel settore manifatturiero, in particolare, le aziende hanno di fronte a loro la sfida dell’adeguamento tecnologico nei loro processi produttivi e nella concezione di nuovi prodottiL’unica cosa che abbiamo fatto in Italia è stato far andare le persone in pensione più tardi, senza pensare a diversi ruoli per i lavoratori anziani in azienda. Li abbiamo lasciati lì dove sono, senza alcuna forma di age management, senza investire nella produttività. Il risultato è che aumenta la popolazione in età lavorativa over 50 nei luoghi di lavoro, mentre mancano i 30-40enni più produttivi. In questa fascia l’occupazione cresce pochissimo.Il ministro dell'Economia Padoan afferma: I dati sulla fiducia sono molto positivi. Incoraggiano a proseguire nella strada intrapresa e a rendere strutturale la ripresa dell'economia. Lo ribadisce con sicurezza il sottosegretario alla Presidenza, Maria Elena Boschi: Le riforme dei Millegiorni e le misure del governo funzionano. Ridiamo slancio al futuro dell'Italia. Lo conferma il Foglio attraverso la penna di Cerasa: I dati su export e produzione industriale ci dicono che i paesi ripartono seguendo l'agenda Draghi, non quella Camusso. Rispetto all'estate del 2016 l'Italia ha qualche certezza in più e qualche bolla in meno con cui fare i conti. Investire sulla globalizzazione, archiviando dunque la retorica vuota del protezionismo economico, non è più un rischio politico, ma è una necessità cruciale per far crescere un paese e sgonfiare la bolla del sovranismo protezionista. Investire sui benefici prodotti dall'euro, archiviando dunque la retorica vuota e inutile del "è tutta colpa dell'Europa", non è più un azzardo morale, ma è una necessità cruciale per far muovere un paese e sgonfiare la bolla del sovranismo monetario.



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