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Teatro. Al Bravo" con "Il calapranzi" in scena il teatro dell’assurdo

Una immagine dello spettacolo. (foto M.C.) ndr.

di Maria Caravella

BARI, 6 DIC. - La definizione «teatro dell’assurdo» è stata pensata a suo tempo dal critico Martin Esslin che intendeva così riunire idealmente autori che, pur agendo individualmente  e senza influssi reciproci realizzavano opere dai contenuti analoghi. Il Teatro delle Molecole ha portato in scena al teatro Bravò di Bari, Il Calapranzi con Domenico Carusi interprete di Ben e Claudio Bortoluzzi di Gus,  una performance teatrale in un atto, scritta da Harold Pinter nel 1957 e rappresentata la prima volta al Hampstead Theatre di Londra nel1960. Sul palcoscenico due poltrone  in un seminterrato disadorno in cui due uomini, Ben e Gus sono in attesa di qualcosa. Dal loro approccio in scena scaturiscono dialoghi assurdi ed insensati. In itinere vien fuori che si tratta di due sicari professionisti del crimine, che attendono istruzioni che provengono loro da un calapranzi, dal quale vengono fatti scendere oggetti e messaggi. Non conoscono la loro vittima, sanno solo che prima o poi entrerà dalla porta dello scantinato dove sono chiusi e loro dovranno ucciderla. L’attesa è stressante e i due nel frattempo discutono di banalità, in uno stato inquieto che li porta a continui battibecchi. Il dramma termina con il sipario che si abbassa, con un finale indefinito che impone allo spettatore la propria personale valutazione. Questo modo di fare teatro mette in scena nel secondo dopoguerra l’alienazione dell’uomo contemporaneo, la crisi, l’angoscia, la solitudine, la totale impossibilità di ogni comunicazione attraverso situazioni e dialoghi surreali. L’azione e, a volte, anche il dialogo sono ridotti al minimo, le vicende superficialmente senza senso, demolendo ogni convenzione e regola teatrale, si capovolge ogni criterio di attendibilità e di realtà.  Bortoluzzi e Carusi con questa messinscena hanno sicuramente invitato il pubblico a riflettere, non solo su una tipologia teatrale spesso accantonata, ma soprattutto su squarci di quotidianità che oggi come allora producono un effetto comico e tragico al tempo stesso.



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