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Teatro. “Una comica infelicità”, accenno sensato al Teatro dell'Assurdo

Una immagine dello spettacolo. (foto M.C.) ndr.

di Maria Caravella

BARI, 26 DIC. - La compagnia teatrale Tiberio Fiorilli fino al 30 dicembre porterà in scena al Teatro Duse di Bari “Una comica infelicità”, un accenno al Teatro dell’Assurdo con Roberto Negri e Vito Latorre; regia di Roberto Negri con simpatiche scene e costumi di Rossella Ramunni e Davide Sciascia. Roberto Negri da inizio allo spettacolo interloquendo con il pubblico, spiegando agli spettatori in sala che lo spettacolo in oggetto è da considerarsi sempre in work in progress e che qualsiasi suggerimento il pubblico intende dare è sempre ben accetto e può servire agli autori per dei ripensamenti e cambi di scena. Invita anche il pubblico a porre dei quesiti o a chiedere dei chiarimenti in merito alla messinscena. La definizione «teatro dell’assurdo» è stata pensata a suo tempo dal critico Martin Esslin che intendeva così riunire idealmente autori che, pur agendo individualmente e senza influssi reciproci realizzavano opere dai contenuti analoghi. 
Quando si parla di Teatro dell’Assurdo, immediatamente si pensa a eventi sconcatenati o a dialoghi senza senso, ma non è sempre così. Talvolta l’assurdo lo si ritrova invece nelle situazioni di vita quotidiana, dove il senso tragico del dramma vissuto dai personaggi è talmente irreparabile da provocare il sorriso. Anche Beckett, maggior esponente di questa corrente teatrale, in uno dei suoi testi maggiormente rappresentati esprime la sua poetica, infatti in “Finale di Partita”, fa dire ad uno dei suoi personaggi: “Non c’è niente di più comico dell’infelicità”. Così ci ritroviamo di fronte due attori, due maschere che evidenziano il conflitto, che può essere quello padre/figlio, servo/padrone, martello/chiodo, che in un frangente di totale isolamento, trovano in scenari di pazzia liberatoria, creativa o semplicemente ludica la regressione infantile o clawnesca, giocherellando, sempre, fino alla fine. Questo modo di fare teatro mette in scena nel secondo dopoguerra l’alienazione dell’uomo contemporaneo, la crisi, l’angoscia, la solitudine, la totale impossibilità di ogni comunicazione attraverso situazioni e dialoghi surreali. L’azione e, a volte, anche il dialogo sono ridotti al minimo, le vicende superficialmente senza senso, demolendo ogni convenzione e regola teatrale, si capovolge ogni criterio di attendibilità e di realtà. Latorre e Negri con questa messinscena hanno sicuramente invitato il pubblico a riflettere, non solo su una tipologia teatrale spesso accantonata, ma soprattutto su squarci di quotidianità che oggi come allora producono un effetto comico e tragico al tempo stesso. 
Latorre e Negri, due grandi protagonisti della scena, hanno saputo suddividersi con rispetto e intelligenza lo spazio scenico riuscendo a motivare e appassionare gli spettatori in sala.



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