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Lecce. L’ulivo d’oro di Michele Amato, artista pugliese, premia la bellezza della settima arte al Festival del cinema europeo [CRONACA DI LECCE]

L'Ulivo d'oro. (foto com.) ndr.

di Redazione

LECCE, 10 APR. (Comunicato St.) - L’ulivo, un albero rappresentativo di un territorio, come pochi, così identitario di una regione che quando pensi alla Puglia immediatamente ti balenano in mente distese sconfinate di fronde argentee e di mare azzurro, senza soluzione di continuità, dal Gargano al Capo di Leuca. Mai pianta è stata così sotto i riflettori come nell’ultima decade, per il flagello Xylella prima e per il gasdotto TAP ora. Testimoni silenti gli ulivi, non solo di secoli di storia, ma anche di profonde ferite, quelle inferte alla bellezza di un paesaggio che è un unicum in tutta Europa. E sembra quasi una coincidenza studiata quella della premiazione conclusiva della diciottesima edizione del Festival del cinema europeo di Lecce proprio alla vigilia della domenica delle Palme in cui l’ulivo è assoluto protagonista. 
Simbolo di pace e di civiltà se è vero che, come sosteneva Tucidide (V sec. a.C.), “I popoli del Mediterraneo cominciarono ad uscire dalla barbarie quando impararono a coltivare l’ulivo e la vite”. Ulivo che in questo particolare momento può anche essere preso a paradigma di bellezza, quella che la settima arte esprime, come industria culturale del bello, con le sue maestranze, i suoi attori e cineasti. Una delle grandi magie del mondo dai fratelli Lumière in poi. Forse non tutti sanno che da sette anni è un artista orafo che cesella gli ulivi d’oro per il Festival del Cinema Europeo di Lecce, e, guarda caso, è pugliese, molfettese ad esser precisi. Gli antichi per incoronare vincitori e poeti utilizzavano il lauro, Michele Amato usa l’ulivo. Negli anni lo ha declinato in forme diverse, mai uguale a se stesso, esattamente come le piante d’ulivo sanno essere, mai una identica all’altra. Così è l’arte quando è vera, mai un manufatto uguale ad un altro. Pezzi unici di una conoscenza sapiente. Michele Amato come un novello alchimista dà forma alle sue idee e le trasforma in oro. L’arte da sempre prende spunto dal vero di natura, perché nulla ci sorprende di più della natura. E nonostante la necessaria miniatura, gli ulivi di Amato sembrano la rappresentazione plastica dell’anima dei pugliesi e delle loro radici, come egli stesso sostiene. Tanto da far dire ad una icona di bellezza e bravura come Isabella Ferrari, che l’ulivo d’oro alla carriera, assegnatole come protagonista del cinema europeo in questa edizione, è bello ed elegante. 
Tanti hanno stretto tra le mani questo ambito premio del Festival del Cinema Europeo di Lecce, tra questi gli italiani Isabella Ferrari, Carlo Croccolo, Valerio Mastandrea, Francesco Maselli, e gli stranieri Nuri Bilge Seylan, Stephen Frears, Agnieszka Holland. Sino alla vittoria dell’Ulivo d’oro a “My Happy Family” (Georgia, 2017) di Nana & Simon. L’ulivo di Mik Amato rientra appieno nella sua grammatica artistica. Orafo da sempre, formatosi all’Istituto d’arte di Arezzo, le sue creazioni non sono mai geometriche, ma volutamente imperfette, come la chioma degli ulivi che crea oppure come la natura, che nella sua imperfezione cela la bellezza, esattamente come un diamante ghiacciato, non trattato. Mik si ispira al sole, alla luce che si dipana, a serpenti e ragni, quasi un suo personale bestiario di forme che si diramano, si estroflettono verso l’esterno e assumono altre configurazioni. Egli parte dal concetto che il gioiello così come la scultura, devono provocare una emozione e devono avere un segno riconoscibile. Non solo oro dunque, ma anche perle e coralli, metalli non nobili come il ferro, oppure legno. 
Tutto per una emozione che balugina negli occhi di chi osserva in una sorta di estasi pura e mistica, da sindrome di Stendhal. Il suo Mikama, in pieno centro storico molfettese dal 1991, è assieme galleria d’arte, show room e laboratorio di ricerca, di nicchia. È il giusto equilibrio tra materia e spiritualità: tra pietra di Trani, racconto della storia, legno e sue creazioni. È qui che, partendo dallo studio della tecnica di lavorazione etrusca, trasforma le sfere di materia in goccioline su base ruvida, quasi fossero gocce d’acqua. Una curiosità: nel suo atelier ha un tavolino dove fa sedere i suoi committenti per parlarci e tirarne fuori, quasi in maniera maieutica, il carattere al fine di concepire una opera d’arte di assoluta esclusività. Quando crea un gioiello o una scultura Amato pensa all’armonia e al movimento. Le sue opere suscitano sempre emozioni diverse, sono quasi animate perché è la luce, solare o artificiale che sia, a consentire a queste opere d’arte, non chiuse in geometrie definite, di cambiar forma.






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