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Teatro. Nel RICCARDO3 di Vetrano e Randisi, il trono diventa una sedia a rotelle

Una immagine della rappresentazione. (foto M.C.) ndr.

di Maria Caravella

BARI, 12 FEB. - Una stanza bianca. Un letto. Un trono. Forse a rotelle. Il Riccardo3 si fa in tre - attori- e il suo cavallo è l’eutanasia. Si tratta di un adattamento di Francesco Niccolini "molto innovativo, con un'ambientazione che lascia intuire un ospedale psichiatrico, che potrebbe però essere anche una clinica svizzera dove "il criminale, Riccardo III", va a concludere la propria esistenza, con una morte assistita. Sulla scena una sedia a rotelle al posto del trono e una vetrina piena di teschi come ad indicare che tutto è già avvenuto: così quando Riccardo mette la corona sulla testa incomincia la sua caduta, non gli interessa più niente. Quello portato sulla scena è un personaggio attualissimo, che ricorda tanti personaggi della nostra quotidianità, purtroppo come dice il regista: "ci sono ancora tanti Riccardo in giro". Chi è quest'uomo dalle sembianze deformi, incattivito dalla propria infermità che impersona Riccardo III? Chi sono i tre uomini che si alternano in modo schizofrenico tra tutti i ruoli della storia, compresi quelli femminili, comprese le pause per assumere medicinali, andare al bagno o leggere cartelle cliniche? Negli ultimi anni, nel teatro italiano, sono state diverse le riscritture del “Riccardo III” shakespeariano,” con questo nuovo tentativo, pienamente riuscito, di Francesco Niccolini per la regia e l'interpretazione di Vetrano-Randisi a fare da padrona è la simbologia più che la metafora. Perché quel numero, arabo e non romano? La scelta non è casuale e va messa in evidenza. 
"Tre come i personaggi, tre come un esponenziale moltiplicatore, alla terza, inteso come il piano della realtà, quello del testo seicentesco e quello della follia". E' un Riccardo III dagli accenni beckettiani, con la sedia a rotelle-trono e rimandi pirandelliani. Questo Riccardo ha abiti contemporanei, non siamo alla corte del sanguinario Re inglese ma all'interno di un ospedale psichiatrico. Ci sono undici finestre, due porte, una panchina, ci sono dieci teschi in una teca, il fondale è verde come un prato. Siamo di fronte non tanto ad una partita di calcio, gli elementi elencati la descrivono formalmente, ma ad un gioco, ad un'invenzione, ad una trasposizione del reale nel suo recinto di regole altre, come dentro ad una competizione. Gli infermieri prendono, di volta in volta, le sembianze di regine e scudieri, di ciambellani e consiglieri. Enzo Vetrano è il solo dei tre interpreti sulla scena ad impersonare un solo personaggio: un Riccardo torbido e ironico al quale Vetrano, con monologhi tremanti, sconvolti dagli incubi, una volgarità sfrenata, ostilità bestiale e scurrile, che ce lo mostra come uno stralcio del quotidiano, uno stralcio di periferia. Anche gli spettatori sembrano parteggiare per la sua lucida follia, per il suo architettare la morte e prendersi gioco di lei, nei confronti di tutto ciò che è vivo e integro.



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