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'La Buona Politica' - Enrico Berlinguer. Impegno e passione per una stupenda stagione politca; il progetto del centro-sinistra

Enrico Berlinguer. (foto com.) ndr.

di Cosimo Imbimbo 

BARI, 27 MAG. - Enrico Berlinguer nacque a Sassari il 25 maggio 1922 figlio di Mario Berlinguer, un avvocato repubblicano, antifascista e massone discendente da una nobile famiglia catalana stabilitasi in Sardegna all'epoca della dominazione aragonese, e di Maria Loriga. La famiglia porta i titoli nobiliari di Cavaliere, m., Nobile mf., con trattamento di Don e di Donna per concessione il 29 marzo 1777 a Giovanni e Angelo Ignazio da Vittorio Amedeo III Re di Sardegna. 

Nel dopoguerra, Mario Berlinguer fu parlamentare socialista. Enrico crebbe quindi in un ambiente culturalmente assai evoluto (il nonno, suo omonimo, era stato il fondatore del giornale "La Nuova Sardegna", e aveva avuto contatti con Garibaldi e Mazzini) e di profittare di relazioni familiari e politiche che influenzarono notevolmente la sua ideologia e la carriera politica successiva. Era parente di Francesco Cossiga (le rispettive madri erano cugine tra loro) - che fu presidente della Repubblica - ed entrambi erano parenti di Antonio Segni, anch'egli capo di stato. Berlinguer merita di essere studiato, analizzato, rispettato. Merita di essere considerato come un punto di riferimento per lo schieramento progressista dell’Italia. Aveva capito che il mondo stava cambiando e che se la sinistra voleva vivere doveva trovare “nuove strade per vecchi ideali”. Capì con largo anticipo la degenerazione che stava investendo i partiti e la loro trsformazione in macchine di potere corrosivo e corruttore. Era un uomo schivo, introverso, melanconico, poco amante del potere , assai lontano dall’immagine dei politici che ci invadono la vita quotidiana. E’ ci ha lasciato un programma che non andrebbe assolutamente disperso o ignorato. Sul piano internazionale ebbe il coraggio di criticare e staccarsi dall’Unione Sovietica; di scegliere senza remore il Patto Atlantico, ritenendosi “più tranquillo” sotto il suo ombrello; di parlare di Europa in contrasto sia con il comunismo realizzato che con il capitalismo liberista senza regole del quale si intravvedevano già le mire. 

Parlava già nei primi anni 80′ di energia solare per ridurre la dipendenza energetica; di nuovo compromesso storico per rinnovare l’Italia. Discuteva con i dirigenti socialdemocratici per affrontare il tema del crescente divario fra nord e sud del mondo. Parlava di diplomazia dei popoli, dei movimenti per la pace e delle donne. Il leader del PCI era un uomo politico serio, sobrio e rigoroso ed è auspicabile veder tornare personalità del genere nella politica e nella vita sociale. Auspicabile per ognuno di noi, a prescindere dal proprio indirizzo politico. Pensiamo a questo leader come a colui che ha lasciato l'impronta più profonda e complessa nella storia del PCI. Un uomo che, è stato un precursore dei tempi. E'stato colui che ha portato nel 1976 il PCI al 34% dei voti in Italia. E' stato colui che più di tutti ha capito l'emancipazione femminile e il ruolo delle donne nella politica e nella società. Ricordiamolo Enrico, ma non perché era un uomo giusto, un uomo saggio, un uomo retto. Non sono queste doti che si presume siano richieste a chiunque voglia prendersi in carico la gestione della res publica? Non è forse paradossale che si ritengano doti eccezionali e che sia vista come prassi e ovvietà la totale assenza di tali doti nel nostro corpo politico? 

E’ il trionfo del grillismo, del “castismo”, dell’antipolitica pastrocchiona che attacca tutto e tutti senza accorgersi che proprio tali generalizzazioni uccidono quei residui di statalità e dignità che ancora restano alla nostra repubblica… che proprio gli uomini come lui hanno fondato. Berlinguer ha avuto la lucidità e la capacità di cogliere il processo di modernizzazione in atto nella società e a trasformare il PCI in una forza di governo alternativa. Fu questa la strategia del compromesso storico, come ha scritto un po' di tempo fa Walter Veltroni. Berlinguer aveva colto la necessità di aprire una nuova stagione politica e di interloquire con la DC di Aldo Moro per dare quella prospettiva di progetto politico, di unità delle forze politiche democratiche, di cui, oggi, noi Partiti moderni e più piccoli - ma ancora essenziali per la democrazia di questo Paese - ne abbiamo ereditato i tratti e la necessità di costruire una contaminazione politica e culturale, in una societàprofondamente cambiata. Scriveva Berlinguer nel 1974 su Rinascita: "Come si può immaginare che un Partito qual è il nostro non sappia che una prospettiva di profondo rinnovamento del Paese e della sua direzione politica si scontra necessariamente con ostacoli e resistenze accanite, deve superare prove difficili, tentativi di provocazione, scontri aspri, e che per andare avanti occorre muovere milioni di persone, conquistarne le coscienze, organizzare la lotta, realizzarne l'unità." Dopo Berlinguer sono state tante le speranze deluse. 

L’elettorato di sinistra è come una carovana nel deserto: ogni tanto crede di trovare dietro quella duna un corso d’acqua, ma quando arriva sul posto lo trova secco. Per questo la carovana si è sfiancata, si è sfilacciata; ma ha dovuto anche aguzzare l’ingegno, si è abituata a fare da sola, senza guide sicure. La risorsa migliore della sinistra italiana è il suo elettorato intelligente ed esigente. Spesso ha risolto la partita già persa dai suoi leader. Salvò la costituzione nel 2006 mentre molti politici cincischiavano con le riforme istituzionali. Poi portò 19 milioni di voti nonostante la campagna elettorale tafazziana dei suoi capi. Infine, ha dimostrato di credere al Partito democratico più del ceto politico che pure l’ha promosso. (…) Berlinguer avvertiva la fine dei partiti come organizzatori della democrazia. Con la questione morale denunciava le distorsioni degli altri, ma il vigore della denuncia era rivolto anche all’interno del Pci dei primi anni ottanta, dove cominciavano a sentirsi i primi scricchiolii. Egli voleva salvare il suo partito dal declino dei partiti che avevano fatto la Costituzione. Presagiva con lucidità la crisi storica della Prima repubblica. Solo un altro uomo politico italiano, da un’altra sponda ebbe una percezione altrettanto lucida delle conseguenze che ne sarebbero scaturite, era Aldo Moro. 

Ci vorrebbe la forza storiografica di un Plutarco per scrivere le biografie parallele di Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Entrambi capirono in anticipo che la fine dei vecchi partiti avrebbe creato una frattura tra popolo e classi dirigenti e che ciò avrebbe reso ancora più difficile, per usare un termine moroteo, la democrazia italiana, che tutto ciò avrebbe riesumato una debolezza storica della statualità italiana, formatasi nel Risorgimento e anche prima, rispetto alla quale il primo trentennio repubblicano, oggi si vede chiaramente, è stato una parentesi. Oggi possiamo dire, insieme ai critici più severi, che il compromesso storico è fallito. Ma non possiamo dire che si è trattato della sconfitta politica di Enrico Berlinguer e del suo partito. Perché al fondo di quel fallimento c’è qualcosa che in nessun modo è dipeso da lui, e cioè il disfacimento del comunismo. Al contrario, Berlinguer aveva cercato ostinatamente di dare una risposta positiva alla vecchia domanda che Togliatti si era posto nel 1956, nella celebre intervista a «Nuovi Argomenti», sulla possibilità di riformare il comunismo. Ma, dopo la morte di Berlinguer, c’è stata una replica impietosa della storia, la quale ci ha detto che non può esserci un «riformismo comunista». 

E infatti il muro è crollato da Berlino a Mosca, passando per tutti i Paesi dell’Est europeo. Oggi, mi sembra profondamente ingiusto che questo drammatico destino debba tramutarsi in una colpa personale e rovesciarsi proprio sull’uomo che aveva fatto di tutto per scongiurarlo, indicando al suo partito una strada nuova e una collocazione diversa tra i cosiddetti «partiti fratelli».





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