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Foggia. Ass. Antiracket Cap. ultimo: Fiducia e Volontà

Il logo dell'Antiracket (foto) ndr.
Redazione di Foggia

CAPITANATA (FG), 4 GIU. - Riceviamo e pubblichiamo una nota interessante dell'Associazione Antiracket Capitano Ultimo.

Molti foggiani ricorderanno gli anni che vanno dal 1990 al 2002 come i più prolifici per la lotta alla criminalità locale. Quelli erano anni, figli di azioni cruente di altrettanti soggetti che riuscirono a controllare Foggia e provincia, dove criminalità  e clan locali furono disassemblate al suo interno. Difatti la Questura di Foggia con la sua sezione Anticrimine, guidata dall’allora Dirigente Agostino de Paolis e dal suo fidato “braccio destro” Pasquale Loizzo,  sferrarono colpi a muso duro contro i clan mafiosi foggiani, la cosiddetta  “Società Foggiana” o “Nuova Società”. Quelli erano tempi dove i poliziotti impiegati ogni giorno in strada, nelle famose “Pantere del 113”, ottenevano informazioni dai delinquenti locali. Erano agenti timorati dalla mala locale, che ottenevano rispetto sia per la loro funzione, sia per la divisa che indossavano, sia per il distintivo che portavano. Erano altri tempi dove, per dirla breve, erano poliziotti con “attributi”.
Erano altri tempi, come detto, e che oggi non si intravedono, né ritorneranno se l’andazzo è quello odierno. Difatti se si chiede a chiunque porti una divisa, poliziotto o agente locale o dell’Arma, il suo primo pensiero è quello di farla rimanere pulita, di non bagnarla sotto la pioggia, di non sporcarla, di non stropicciarla, neanche fosse un abito firmato da qualche famoso stilista. Eppure la divisa serve anche a utilizzarla nelle più impervie condizioni, atmosferiche o di azioni. Tuttavia, ed è affliggente dirlo, è come chiedere ad un pulitore di pozzi neri di smacchiare per bene la fogna ma di guardarsi bene nel non sporcarsi di merda.
Il poliziotto ha un preciso compito, far rispettare la legge, rispettandola. Deve garantire sicurezza e legalità, oltre che profonderle nel miglior modo possibile.  Per conseguire ciò deve compiere fino in fondo il proprio dovere, costi quel che costi, nel rispetto della legge, a suo rischio e pericolo, dando ascolto alla propria coscienza che è quel campanello d’allarme che lo avverte quando sta per oltrepassare quella sottile soglia che divide la Legalità dall’illegalità e che fa di lui, o lei, un poliziotto piuttosto che uomo o donna comune. Un poliziotto è addestrato, o lo dovrebbe essere, a recepire segnali non comuni a noi semplici cittadini, tali da renderlo codificatore del bene e del male sociale nella sua interezza. Un poliziotto così come lo abbiamo descritto si distingue dal semplice cittadino, e spesso da alcuni suoi colleghi, per la sua capacità investigativa, quella che gli fa ottenere informazioni, confidenze, soffiate, tali da studiarle, codificarle, acquisendo indizi e poi prove, per poi renderle fruibili per le indagini degli inquirenti.
Ritornando agli anni che vanno dal 1990 al 2002, fare il poliziotto, come lo facevano il de Paolis e il Loizzo, era un modello che molti seguivano. In quegli anni un poliziotto potremmo dire che era un “privilegiato”, non perché indossava una divisa o aveva un distintivo, perché era una persona ammirata, spesso emulata dai giovani, ma anche timorata e rispettata. Questo perché era considerato Garante di Legalità e la popolazione si sentiva sicura. Oggi, purtroppo, non è più così. Forse accade il contrario, dove il modello “delinquente” è simbolo di forza, forse anche di quella sicurezza tutta loro e non nostra, ovvero di quella gente civile e rispettosa delle leggi. Per loro, quelli che emulano i delinquenti, sicurezza è sopruso l’un sull’altro, imporre il suo volere. Essere più forti è dimostrare che dove stanno loro nessuno batte ciglio, a volte anche verso chi indossa una divisa. Fa male dire tutto questo, ma è la realtà cruda dell’attuale società, dove il bullo, il delinquente, il criminale, il mafioso, lo spacciatore, il pappone, detta regole facendole rispettare con la violenza, col sopruso, con l’intimidazione e il ricatto, perciò impaurendo e ottenendo un rispetto edulcorato dall’illegalità. E fa male anche dire che purtroppo oggi molti cittadini si sentono più al sicuro rispettando le regole del criminale piuttosto di quelle volute dalla legge. Un rispetto forzato perché estorto, ma sicuro da “incidenti” difficilmente denunciati. Il clima che si respira è di una democrazia non rispettata da chi la deve far rispettare e da chi la legifera. Un motivo in più, nostro malgrado, della mancanza di denunce. A dirla tutta tv, computer e internet hanno amplificato questo cattivo esempio. Violenza estrema nei film, dove il “cop” è visto come il bastardo di turno e dove il criminale vince sulla legalità, giochi belligeranti e di criminalità urbana dove il protagonista deve uccidere più divise e cittadini per vincere, link dove reperire di tutto e diffusore di immagini e video di violenze di ogni genere, che nostro malgrado esaltano il cybernauta che non avendo un’adeguata educazione comunicativa, perciò mentalmente preparata, recepisce messaggi trasformandoli in input soggettivi piuttosto che oggettivi. Poi vi sono gli esempi di tanti eletti, dove ci sono anche persone che un tempo erano garanti di legalità, che rubano al popolo, e diventano la scusa tangibile di quel cittadino comune, oppresso da tasse e cartelle di Equitalia che non distingue il moroso dall’evasore, e perciò strozzato dai debiti o obbligato a pagare il pizzo per vivere, diventando quel testimone mancato per ridar legalità al territorio. Se poi ci si mette anche la mancanza della presenza sul territorio di agenti in divisa che al posto di guardarsi la divisa, guardassero quei segnali non comuni a noi semplici cittadini, la mala ha terreno facile e fertile per ingigantire la loro malefica azione. Il poliziotto deve intimorire il delinquente di zona che vive di male altrui e ricatti vari, deve evitare che il grimaldello che la mala adotta per radicare ed espandere il suo potere sia efficiente.  Ecco perché oggi molti poliziotti non riescono a reggere l’urto dirompente del criminale di zona, di quei boss e suoi scagnozzi spesso “garanti” della zona controllata. Non hanno più la fiducia del cittadino che se intravede una pattuglia la prima cosa che fa è sbruffare o chiedersi perché c’è la Polizia, invece di gioire e congratularsi  con chi porta una divisa. A tutti non si nega un caffè al bar, ma purtroppo oggi è luogo comune dire che se un poliziotto ne sta prendendo uno, questo non sta facendo il suo dovere. Sarebbe ora che si sfati questa diceria. E lo possono fare solo chi indossa una divisa, semmai anche quelli che potrebbero limitare i caffè al bar e studiando nuove strategie per contrastare la criminalità. Ovviamente le pecore nere stanno dappertutto; basta conoscerle.
Foggia e San Severo sono diventate oasi fertili e felici di una delinquenza subdola, che non arretra alla prima sirena. Un tempo era Cerignola la capitale della mala. Forse lo è ancora, come reception, come logistica, non come area d’azione. Il Gargano, da quando alcune famiglie son state disgregate e incarcerati alcuni boss della faide più popolari e cruente, pare un’area più tranquilla. Noi siamo del parere che sono dormienti, “sleeping area” pronte ad attivarsi al minimo segno di debolezza favorevole ad attacchi mirati. Ma la mala è come il cancro, è un cancro, che si manifesta, di fa star male, ti consuma, e se non ti uccide, ti ridà vita ma solo quanto basta per ridargli forza e colpire nuovamente. La Polizia, le Forze dell’Ordine sono lo strumento per la sua cura poiché noi cittadini siamo la cura perché dovremmo essere mezzi di Legalità.
La “Vecchia Anticrimine” aveva capito tutto questo e con i loro mezzi e le loro capacità in quegli anni riuscì a curare il territorio. Comunque ricordiamoci sempre che la mala è un cancro e va curato quotidianamente con dosi contrastanti secondo l’entità. In quegli anni, con de Paolis e Loizzo, la cura era ben somministrata al territorio. Gli agenti che lo facevano erano pochi ma buoni, capaci di tenere sotto controllo, nel limite del possibile, reati come furti, rapine e soprattutto estorsioni. In quell’epoca, perché vissuta da vicino e operativamente per il rispetto della legge, le estorsioni si facevano solo ai benestanti; oggi, invece, a chi è semplice titolare di partita iva, ovvero a tutti. Ciò non giustifica l’ignobile e criminale atto, ma era circoscritto, forse anche per un tenore di vita diverso e migliore dell’attuale, ma era, lo ripetiamo, circoscritto, perciò individuabile e perseguito. Certo, le nuove leggi potrebbero essere troppo garantiste. Ma se applicate senza scendere a patti, si vedano collaborazioni ben ricambiate, o cavilli di avvocati amici di pubblici ministeri, sarebbero giuste.
Ebbene, tutte queste differenze che esistono tra i poliziotti di quegli anni e gli attuali, sono fondamentali per il risultato che oggi non si ottiene. Quegli uomini, quei Poliziotti erano perfino “invidiati”  dagli stessi loro colleghi, dai loro “Amici”, spesso “Fratelli di squadra”, da quella “Catturandi” che oggi non c’è più. Una squadra investigativa spesso con volanti senza fregi, ma efficientissima e timorata. Al cittadino fregava poco, quanto niente, sul come quei poliziotti ottenevano sul campo i risultati di lavoro. Il cittadino da quella squadra si sentiva protetto e denunciava. Oggi dove sono quei poliziotti? Dov’è una squadra che s’infiltra tra i cittadini e nel territorio e investiga? Riavere una “Catturandi” è chiedere troppo? Quella squadra coordinata da de Paolis e Loizzo è stata smembrata. Che fine hanno fatto gli agenti che riuscirono a disassemblare al loro interno criminalità  e clan locali? Per quanto ne sappiamo, e le cronache locali del tempo ne parlarono fino alla nausea –si veda l’articolo “Foggia, terremoto in Questura“, pubblicato sul portale web del la Repubblica.it, il 29 – 06 – 2004, da Cristina Zagaria- oggi sono operativi in altre aree della Capitanata. Questi agenti sono stati offesi, umiliati, sbattuti in prima pagina come mostri, subendo l’onta di un arresto, chi per associazione mafiosa, chi per falso ideologico. C’è pure chi ha lasciato la Polizia e chi oggi è esiliato tra le mura della Questura foggiana a portare a spasso incartamenti vari. La nota dolente che a Foggia riverbera da quegli anni è che mai nessun cittadino foggiano, spesso quelli che rappresentano le istituzioni perché eletti, ha ringraziato pubblicamente questi agenti che, a nostro avviso e non solo, si sono sacrificati pagando un dazio enorme, rimettendoci di persona e la carriera. Il tutto per tenere ben saldi gli equilibri criminali di questa città e della sua provincia, che ricordiamo ha avuto il triste e criminale epilogo con il caso Panunzio. Di certo il momento non era facile. 
Noi dell’Antiracket Capitano Ultimo gridiamo Onore a Voi Agostino de Paolis e Pasquale Loizzo, due Poliziotti con le palle, due poliziotti della Strada, quella che al fine corso di arruolamento, quando un istruttore non trovava le parole per spiegare un qualcosa di tecnico, ripiegava con la fatidica frase “Sarà la strada ad insegnarvi”. Chi ve lo dice sa bene di cosa parla, ma Foggia non lo vuole comprendere.
Altra storia, invece, è per il Vice Questore Aggiunto Alfredo Fabbrocini, giunto in Capitanata per investigare e poi catturare brillantemente il capo faida garganica, Franco Libergolis. A tal fine, e prima di proseguire con il nuovo Vice Questore,  è doveroso dire che la criminalità della Capitanata identificata come la “Società Foggiana” ha risentito dell'influenza della Camorra e poi della defunta Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Infatti la “Società foggiana” era organizzata in "batterie" composte da diverse famiglie locali che controllavano l’intero territorio e parte confinante, facendo rientrare anche le faide garganiche. È importante il particolare per comprendere il seguito. Il dott. Fabbrocini ha dato subito quell’impronta di Poliziotto ferreo e ligio al dovere, investigando in quei meandri chiaroscuri che nessuno fino ad allora, a parte i due sopracitati poliziotti, aveva osato fare. Fabbrocini si mostrava senza riserve fra la gente, la osservava, la ascoltava, l’aiutava. Insomma metteva bene in pratica il moderno motto della Polizia, “Vicino alla gente”, mai tralasciando quello storico, "sub lege libertas" cioè "libertà sotto la legge", in altre parole "siamo liberi grazie alla legge". Ma quello che lo rendeva “superiore” agli altri era che sapeva infondere fiducia. Storici e indimenticabili sono i suoi richiami alla collaborazione del cittadino ai fini investigativi. Contrariamente a quello che in altre sedi avveniva con un po’ –anche troppo- di presenzialismo, e lo diciamo senza alcuna presunzione, per opera del graduato dell’Arma, sempre dedito all’annuncio in pompa magna seduto dietro la solita scrivania ripresa rigorosamente dalle telecamere delle tv locali, che bastavano “loro” (i Carabinieri) sul territorio di Capitanata per far rispettare la legge. E ciò avveniva, e avviene tuttora, sempre dopo le lamentele dei cittadini che richiedevano l’intervento dell’esercito, stanchi di subire rapine a mano armata. Peccato che mentre lo annunciava, in quel tempo e sempre in pompa magna come avviene oggi, simultaneamente a Orta Nova e San Severo si consumavano 2 atti criminali, due rapine. Le cronache locali e gli atti giudiziari sono testimoni per risalire ai giorni e all’orario.
Di sicuro dopo la “Catturandi” di Agostino de Paolis, Alfredo Fabbrocini è stato l’agente, il poliziotto, più amato dai foggiani. Ciò lo diciamo, tuttavia, senza nulla togliere al suo predecessore. La squadra è importante, ti aiuta, e come si dice in gergo “ti guarda le spalle e ti salva il culo” dai criminali, (ogni riferimento è puramente casuale, ma è un dato incontrovertibile leggendo le cronache dell’epoca). Una carica di un atto avallato dall’allora Procuratore Domenico Seccia che ha lasciato in retaggio alla città di Foggia la sua fama di Procuratore “mangia poliziotti”. Vedete cittadine e cittadini, mai furono più vere le parole: «Possiamo difenderci da chi ci vuole morti, ma non possiamo proteggerci da chi dovrebbe garantirci protezione».
Ancora un’altra storia è per il poliziotto Amedeo Morrone, in forza al Commissariato di P.S. di San Severo. Lui è, a nostro avviso e di molti altri semplici e comuni cittadini, un bravo poliziotto, anch’egli di “strada”. Morrone a Torremaggiore, paese di residenza, era un punto di riferimento per quasi tutti quei cittadini che numerosi si rivolgevano a lui perché capace di “mediare” con chi ha recava un torto a difesa di chi lo ha subito. Tuttavia anche lui ha dovuto piegarsi all’invidia “amica”, vedendosi sgretolare il suo ideale di fare polizia giudiziaria fra la gente e per la gente. Utilizzando un eufemismo, osiamo dire che Morrone è “caduto” per mezzo della Guardia di Finanza che lo ha intercettato e denunciato alla Procura causandogli solo un enorme imbarazzo morale nei confronti della comunità e, dulcis in fundo, un bell’arretramento operativo con annesso congelamento di carriera. Le accuse formulate a suo danno (guarda caso da un Finanziere di sua conoscenza) non hanno trovato riscontro grazie anche alla lungimiranza del Procuratore che ha gestito il caso. Se in quell’occasione ci fosse stato il “mangia poliziotti”, Domenico Seccia, a quest’ora Amedeo Morrone sarebbe stato disoccupato. Ovviamente a Seccia va tutta la nostra stima, ma “mangiare poliziotti” potrebbe risultare indigesto se il malcapitato è innocente. Per la cronaca il poliziotto di cui stiamo parlando, Amedeo Morrone, è quello della sventata rapina al blindato di Poggio Imperiale con annesso conflitto a fuoco, quindi destinatario presumibilmente di un encomio che mai ha potuto ricevere perché all’epoca delle consegne dei riconoscimenti era indagato. Bene farebbe la Questura di Foggia, dato che è stato assolto, a conferirgli quel meritato encomio.
Con tutti questi esempi, con questi fatti, con queste cronache, con questi nomi, con queste opinioni di chi ha cognizione di causa, cosa vogliamo dire alla comunità Foggiana? Semplice: dovete ben documentarvi e con fonti certe e non per sentito dire o dall’amico dell’amico, dovete conoscere le leggi e soprattutto non soffermarvi ai titoli di facciata di articoli spesso scritti per far cronaca, vendere copie o fare l’exploit dei click sul web. Aiutare sul campo questi uomini, tutte le Forze dell’Ordine, che per voi sacrificano una vita sociale fatta di rinunce, è il minimo che chiediamo: l’aiuto significa collaborazione, denunciare, non essere struzzi, ma tener su la testa. Il dott. Fabbrocini era perennemente in Questura al vostro e nostro servizio; crediamo che l’esempio debba spronarvi. Noi già lo siamo. Il nuovo dirigente Annicchiarico è nuovo ed ha ereditato il post Fabbrocini, lui ha bisogno di noi cittadini. Aiutiamolo ad essere parte attiva nel contrasto alla malavita organizzata e al semplice delinquente di strada che spesso causa più dolori e morte per pochi spiccioli o un cellulare. Da cittadini l’unico nostro potere è l’informazione, la classica soffiata, il rendere edotti questi uomini di un eventuale crimine ai danni di terzi, il metterci coraggio nel denunciare pur sapendo che nessuno vi e ci garantisce la dovuta protezione ma assicurando la redenzione morale che siete e siamo nel giusto, anche se poi la protezione fa parte del programma di sicurezza personale di chi riceve minacce per denunce.
Ogni bomba, ogni minaccia fatta ad un essere umano, è fatta ad ognuno di noi. Fin quando pensiamo che ad un palmo dal nostro naso e sedere tutto sia lecito, non saremo mai in grado di cambiare nulla, perché il criminale, il mafioso, l’estorsore, lo strozzino, finanche il bullo minorenne, agisce sul vostro stato emotivo. 
Qualora aveste remore nel denunciare, noi dell’Antiracket Capitano Ultimo siamo con Voi. Siamo nati per questo. Informateci in forma anonima e la vostra notizia la riferiremo agli organi preposti come persone informate sui fatti, quindi attivi in fase dibattimentale, come a dire la faccia ce la mettiamo noi, la notizia ce la mettete voi. Basta che questa debacle foggiana termini. 
Noi ci siamo! Ci vuole Fiducia e Volontà, oltre che strumenti e mezzi. E con noi anche un semplice pezzo di carta reperibile chiamando la nostra associazione, “l’Atto di “SPONTANEA” Denuncia Passiva” che si avvale dell'Art 361 del c.p. e di tutto ciò che lo regolamenta compreso l'Art. c.p.p.57, che tanto può fare e tanto sta facendo in altri territori, giacché il nostro raggio d’azione è nazionale. Campania, Calabria e Sicilia lo hanno compreso e sono con  noi.
Se qualcuno che fa antiracket, e sottolineiamo antiracket, vuole e può unirsi a noi e fare da cassa di risonanza per chi decide di denunciare, saremo felici di fare da bersaglio perché siamo nati per questo senza nessun altro scopo. Il NIA (Nucleo Investigativo Antiracket), a nostro avviso, dovrebbe essere ripristinato perché è un segnale forte che lo Stato, la Polizia e tutte le Forze dell’Ordine ci sono, e sono vicine al popolo e nel popolo. Come pure avere una sede e agenti dell’Antimafia addestrati a confondersi tra e con la gente, sarebbe una priorità per tutta la provincia di Foggia, ormai area ad alto rischio mafioso. Ma sappiamo già a priori che le attuali antiracket non sono propense ad essere persone informate dei fatti su di una denuncia acquisita da parte di un estorto. E allora, voi antiracket sulla carta ma non in campo e nei fatti, fatevi da parte perché non valete nulla per ciò che perseguite. Noi non siamo eroi e nemmeno vogliamo essere martiri, ma siamo consapevoli che fare antiracket vuol dire “combattere” soprusi, mettersi contro qualcuno che ci mette poco a farti cambiare idea su ciò per cui credi di combattere; lo fa a suon di bombe ed intimidazioni. Pertanto o si è pronti a questo oppure meglio tacere ed incassare fondi per propositi irrealizzabili se non per fini personali ed ambire a carriere “poltronistiche”. 
Quando si organizzano fiaccolate e camminate, ci piacerebbe vedere in prima fila i commercianti perché, lo si voglia o meno, il problema fondamentalmente è il loro e se vengono meno a queste manifestazioni, tutto diventa una farsa che giova solo agli organizzatori che si arrogano il diritto di essere simboli di antimafia. Non serve gridare ai quattro venti su di un palco elettorale che la mafia fa schifo: quello sanno farlo tutti. Bisogna dire dinanzi la popolazione che la mafia siamo noi che la alimentiamo girando passivamente la testa ogni qualvolta viene perpetrato un reato che non è diretto alla nostra persona.  
Non abbiamo mai sentito dichiarare in un comizio pubblico da parte di un candidato Sindaco dire: qualora diventassi Sindaco, con la mia Giunta Comunale delibereremo con effetto immediato l’allontanamento come “persone non gradite” tutti i residenti in questo territorio che hanno la condanna definitiva per associazione mafiosa.  Allora si cari Sindaci che sareste considerati in prima linea contro ogni forma di organizzazione criminale. 
Noi ci siamo!!!


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