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Teatro. Grande successo per Pierfrancesco Favino con “La Notte poco prima delle foreste"

Pierfrancesco Favino. (foto M.C:) ndr.

di Maria Caravella

BARI, 28 GEN. - Sold out per Pierfrancesco Favino, ospite del Kismet , per la Stagione 2019 del Teatro pubblico pugliese, con l’atto unico del drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès: «La notte poco prima delle foreste», regia di Lorenzo Gioielli. Il monologo, scritto nel '77, dal drammaturgo e poeta dell' emarginazione, dell' oscurità e degli abbandonati, autore francese tra i più importanti del Novecento, prematuramente scomparso all'età di 40 anni, porta sulla scena la “precarietà” della vita, sempre in bilico fra dolore, marginalità e spiragli illusori di felicità. Durata spettacolo: un’ora e dieci minuti, atto unico, un palcoscenico nudo, al centro solo una sedia, dove il protagonista si muove scendendo anche tra il pubblico, per attratte l'empatia di quest'ultimo e trasmettergli le proprie emozioni. Uno spaccato sulla condizione umana e sul contemporaneo, che racconta della grande città indifferente, dove i prototipi di una umanità variegata e sola, non necessariamente stranieri, sono alla ricerca disperata di un contatto umano. 
Lo spettacolo è un monologo, di cui l’attore di origini pugliesi ne aveva ripreso un frammento lo scorso anno al Festival di Sanremo riscuotendo un grande consenso. Riferendosi a questa sua interpretazione Favino dice: "È uno straniero che parla in queste pagine. Non sono io, la sua vita non è la mia eppure mi perdo nelle sue parole e mi ci ritrovo come se lo fosse. Il suo racconto mi porta in strade che non ho camminato, in luoghi che non ho visitato". In un angolo buio di un centro urbano qualsiasi, c’è un uomo, inzuppato di pioggia, che non sa dove andare, porta con se un immenso desiderio di comunicare, di stabilire un contatto umano e tentare di alleviare le condizioni disumane in cui è costretto a sopravvivere. Pierfrancesco Favino gli dà un accento straniero, a volte sembra dell’Est, serbo o balcanico, a volte del Sud vicino all’Africa. Il suo interlocutore non appare mai in scena, può essere chiunque, rivelando la condizione di eterno straniero. Non si sente a casa in nessun posto della terra. Il monologo è un invito a leggere la poesia del quotidiano, in un mondo in costante trasformazione. 
E mentre l'anonimo protagonista espone le sue tesi sul mondo, il monologo si fa più esplicito all'incauto spettatore, rivelando ciò che è alla base di tutto: la ricerca caparbia della bellezza, mentre lo straniero che non conosciamo lancia un SOS, solo per chi sa ascoltare. Una magistrale e coinvolgente interpretazione, che fa di questo spettacolo un esempio di eccellenza.



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