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“Apologia di Socrate” Il nuovo lavoro di Enrico Lo Verso e della regista Alessandra Pizzi. A Vicenza la Prima nazionale

Enrico Lo Verso e Alessandra Pizzi (foto ERGO SUM) ndr.
di Redazione

VICENZA, 26 SET. (Com. St.) - “Apologia di Socrate”, che suggella il connubio artistico tra la regista salentina e l’attore siciliano, debutta con due date, entrambe già SOLD OUT, in programma nell’ambito del 72° Ciclo dei Classici al Teatro Olimpico di Vicenza. “Un classico dal valore moderno, capace di sollevare dubbi e riflessioni etiche ancora irrisolte” dice Alessandra Pizzi. Lo spettacolo mette in scena, su piani paralleli, episodi aventi un comune denominatore, l’errore giudiziario: dal processo a Socrate alla condanna alla pena capitale di Sacco e Vanzetti, dalla carcerazione di Enzo Tortora, poi ritenuto estraneo ai fatti, alla crocifissione di Cristo.

“Porto in scena la voce dei deboli”. È questo l’intento alla base del nuovo progetto teatrale della regista Alessandra Pizzi, prodotto da ERGO SUM, con protagonista Enrico LO VERSO. “APOLOGIA DI SOCRATE. Dialogo sulla giustizia” debutta al Teatro Olimpico di Vicenza, il 27 e 28 settembre (date entrambe già SOLD OUT), nell’ambito della 72°edizione del Ciclo dei Classici, in programma dal 19 settembre al 26 ottobre, quest’anno con la direzione artistica di Giancarlo Marinelli che ha scommesso su un progetto nuovo incentrato sull’autorialità e la drammaturgia.

Lo spettacolo, tratto dall’opera di Platone in cui si racconta la verità storica del processo ad uno dei più celebri pensatori dell'antichità, terminato con la condanna a morte, rende omaggio alle “vittime” dei sistemi di giustizia. In scena, la difesa che Socrate fa di se stesso diventa l’esempio più evidente di uno sbaglio clamoroso che è costato la vita ad un uomo che sceglie di non tradire i propri ideali.

L’Apologia di Socrate di Alessandra Pizzi (che firma anche il riadattamento del testo) porta su piani paralleli episodi aventi un comune denominatore, l’errore giudiziario: dal processo a Socrate alla condanna alla pena capitale di Sacco e Vanzetti, dalla carcerazione di Enzo Tortora, poi ritenuto estraneo ai fatti, alla crocifissione di Cristo.

Alla dialettica socratica, cui dà voce Enrico Lo Verso che con Apologia conferma il connubio artistico con la regista salentina (è la quarta produzione che li vede insieme), fa da contraltare l’Areopago, a cui è affidato il collegamento tra gli episodi narrati. Cita i fatti, proclama sentenze, introduce il pubblico nella narrazione, usa linguaggi espressivi contemporanei si avvale delle tecniche artistiche di danza contemporanea e teatro danza, per creare una trasposizione temporale dei fatti e collocarli in contesti differenti. Ad interpretarlo sono Fabrizio Bordignon, Vincenzo Iantorno, Tiziano Sedona, Mattia Spedicato, Luca Goldoni, Alice Manzati, Erica Bianco, Marilena Martina: a loro la funzione di enfatizzare la contemporaneità del messaggio, utilizzando parola e corpo, anche attraverso le coreografie firmate da Marilena Martina.

“Ho pensato ai processi mediatici compiuti nei salotti televisivi piuttosto che in aule di tribunale. Così sono arrivata alla riscrittura di un classico dal valore moderno, capace di sollevare dubbi e riflessioni etiche ancora irrisolte - dice Pizzi - tra tutti la paura del diverso, l’incapacità della società di accogliere idee e comportamenti non allineati al sistema e, quindi, più o meno consapevolmente, in grado di sovvertirlo. Platone, come fa dire al suo protagonista, anticipa proprio una lunga serie di errori giudiziari. In cui di certo non c’è la prova della colpevolezza quanto piuttosto la contraddizione dell’accusa”.

Quattro storie, quattro uomini, quattro epoche, quattro vite e una serie di elementi che tornano, tra tutti le loro ultime parole rivolte agli accusatori con l’auspicio, sincero, dell’onestà morale della giuria. Perché più grave della morte c’è solo una coscienza gravata dal peso.

APOLOGIA DI SOCRATE Prossime date 2019
Bari – Teatro Abeliano 9 e 10 novembre
Trani (BT) – Cine Teatro Impero 13 dicembre
Lecce – dicembre (data da definire)
Taviano (Le) – dicembre (data da definire)

NOTE DI REGIA
Fra tutte le opere di Platone, L’Apologia è certamente la più ricca d’informazioni riguardanti il pensiero di Socrate. L’opera appare come un’incondizionata difesa da parte dell’autore, Platone, della figura e dell’insegnamento del suo amato maestro, davanti quelle gravi accuse che lo avevano portato al processo, la cui causa va certamente rintracciata nell’errata interpretazione del suo pensiero. Sebbene Socrate avesse avuto inizialmente alcune possibilità di scelta per evitare la pena di morte, ammettendo la propria colpevolezza e poi accettando l’esilio, egli scelse di non tradire i propri ideali. Nel 399 a. C, dopo aver affrontato il processo, Socrate fu condannato a morte.

Durante il processo a suo carico Socrate non mette in discussione le leggi, ma soltanto l’errore giudiziario di cui è vittima. Ma la sua sorte non lo autorizza a tradire i patti con la sua coscienza. Avrebbe potuto scegliere di non continuare a esporre in pubblico le sue dissertazioni, o di fuggire, ma se lo avesse fatto in ogni caso non avrebbe onorato la sua parola.

Un errore giudiziario, quindi, con un processo finito con la condanna a morte, che ricorda quelli ai cui tanto la storia e la cronaca ci hanno abituati, e che rievoca, anticipandolo, il più grande errore contro un innocente commesso dall’umanità, e che trova la sua forma più espressiva nell’icona della crocifissione.

La riduzione drammaturgica rispetta l’originalità del testo platonico per raccontare una vicenda umana, che è quella di molti: di chi ogni giorno è soggetto al giudizio e allo scherno della folla, perché “diverso”, e di chi sotto il peso di un’accusa infamante errata ha perso la vita.

La giuria popolare che condannò a morte Socrate, aveva cinquecento cittadini, e sappiamo che fu sempre la folla a scegliere di liberare Barabba. Quella stessa che oggi, a distanza di oltre 2000 anni da quegli errori, quando non può capire, preferisce condannare.

La rappresentazione ruota attorno al dialogo tra Socrate e se stesso, oltre la presenza degli accusatori. A Socrate ciò che importa non è dimostrare agli altri la propria onestà, ma restare coerente con se stesso, nonostante le interferenze esterne.

La ricerca della propria verità diventa più importante della prova della propria innocenza, perché di fronte ad una falsa accusa non restano che due strade: infrangere le leggi e quindi essere asserviti a quello stesso sistema che condanna, oppure diventare migliori di se stessi. Socrate scegli la seconda, sino a sublimare il suo pensiero non alla ricerca della verità oggettiva, ma della bellezza soggettiva che trova nella coerenza del pensiero.

Un uomo, quindi, che intraprende uno scambio dialettico con la propria coscienza, e un coro che simboleggia la folla degli accusatori, ma soprattutto porta omaggio alle vittime degli errori giudiziari: da Gesù a Sacco e Vanzetti, attraverso una serie di vite a cui la ricerca del capro espiatorio ha tolto la voce.

“…. Ma è già l’ora di andarsene, io a morire, voi a vivere, chi dei due però vada verso il meglio è cosa oscura a tutti, meno che a Dio”, furono queste le ultime parole che Platone fa pronunciare a Socrate prima di morire.

“Io sono innocente, spero con tutto il cuore che lo siate anche voi”. Furono, queste, le parole di Enzo Tortora ai suoi giudici di appello…

Perché la storia insegna a non dimenticare.

LO SPETTACOLO:
Lo spettacolo mette in scena, su piani paralleli, episodi aventi un comune denominatore: l’errore giudiziario.

Ma il processo a Socrate, la condanna alla pena capitale di Sacco e Vanzetti, la carcerazione di Enzo Tortora, poi ritenuto estraneo ai fatti, e la crocifissione di Cristo, sono storie che in comune hanno ben altro, oltre che la mala interpretazione della giustizia. Tutti i protagonisti delle citate vicende sono vittime di un pregiudizio, che vede nell’altro, nel diverso, nel non omologato al sistema, il nemico, da combattere, da emarginare o, in casi estremi, da eliminare.

Se l’iter processuale per epoche, per contesti giuridici, appare diverso, simile è il loro modo di porsi d’avanti al “destino” e ad una sentenza, che non può essere sovvertita, se non al prezzo della rinuncia al proprio “credo”.




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