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Teatro. Al Duse con "Pirandello" di Ernesto Marletta, un omaggio ai temi della poetica Pirandelliana

Una immagine dello spettacolo. (foto M.C.) ndr.

di Maria Caravella

BARI, 23 OTT. - La maschera è elemento portante e significativo della produzione artistica e della mistificazione pirandelliana, simbolo dell'esistenza prigioniera della forma, indice della spersonalizzazione e della frantumazione dell’Io in identità molteplici, in relazione al contesto e alla circostanza sociale che la impone al singolo. Al teatro Duse, "Pirandello" regia di Ernesto Marletta, non è altro che un omaggio a quelli che sono i temi cari a Pirandello: le riflessioni sul senso della vita, la presenza incombente della morte, l’ironia che ricorda alla vita di abbassare lo sguardo, il rapporto tra uomo e donna, il senso di solitudine. La cosiddetta ‘filosofia pirandelliana’ qui si riscontra nel dramma borghese, dove confluiscono i principi del relativismo esistenziale. 

L’associazione culturale Artemisia Teatro porta in scena, con grande professionalità tre atti unici di Luigi Pirandello, grandi classici della letteratura italiana. La Carriola, interpretata da Pino Matera, inserita nelle Novelle per un anno, pubblicata nel 1928 nel volume “Candelora”. La vita del protagonista è imprigionata in una forma e vissuta attraverso una maschera, dalla quale non è facile discostarsi, tema è il problematico ondeggiare tra vita e forma, con il pressante desiderio di poter venir fuori da quest'ultima almeno per pochi attimi. A coronare il tutto a fondamento della poetica pirandelliana è l'umorismo, inteso come sentimento del contrario. La metafora della maschera è preponderante e chiarisce come l’uomo si nasconde dietro ad essa, a discapito della propria identità. A seguire L’uomo dal fiore in bocca, con Ernesto Marletta, uno spettacolo unico nel suo genere per regia ed interpretazione. Il testo teatrale è stato tratto direttamente dalla novella “La morte addosso” inclusa nella raccolta Novelle per un anno, pubblicato nel 1923. Si tratta di un atto unico piuttosto breve ma di intensa carica emotiva e grande drammaticità. 

La regia e la talentuosa interpretazione dell’attore siciliano Ernesto Marletta rendono tutto questo, un delicato spaccato di vita dove la consapevolezza della morte e della malattia, conducono verso il piacere di vivere ogni attimo e gesto della giornata come un momento di estremo piacere. Il Monologo della lucertola, invece tratto dal dramma “Non si sa come”, scritto nel 1934, interpretato brillantemente sempre da Ernesto Marletta, scritto negli ultimi anni di vita da Pirandello si ispira a tre novelle che aveva già composto e pubblicato: nel gorgo, scritto più di vent’anni prima, nel 1913, che già contiene l’essenza della trama; la realtà del sogno, del 1914, e Cinci, scritta nel 1932. Proprio da quest’ultima novella è tratto il passo conosciuto come il “monologo della lucertola” che racconta di come un ragazzo possa uccidere per un futile motivo una lucertola senza sentirsi in colpa. Quel che tormenta il protagonista del dramma non è tanto la consapevolezza dell’atto omicida, ma il capire che si può commettere un omicidio, se pur di un animale, senza provare il benché minimo ricordo. La regia è vicina ai testi, in sintonia con la poetica realistica dell’Autore nel contesto storico a lui congeniale. 

Le messe in scena, sotto forma di monologo, danno vita ad un intenso pathos, che scaturisce da una grande forza interpretativa, che conduce lo spettatore nell'opera di Pirandello, nelle atmosfere dilatate dell' antica campagna siciliana, con il suo simbolismo ambivalente, dove la realtà dalla doppia faccia si mostra amabile da un lato e pian piano ci rivela terribili fantasmi.



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