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La scuola rievoca i miti greci per fermare la violenza sulle donne

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne (foto web) ndr.
di Redazione

MONTE SANT'ANGELO (FG), 25 NOV. - a cura della prof.ssa Donata dei Nobili.

A scuola si parla di pari opportunità e di violenza sulle donne. Il contributo alla crescita culturale e civile della collettività è scaturito dalle attività didattiche dei docenti dell'istituto Comprensivo Statale "Giovanni Tancredi - Vincenzo Amicarelli".   La dirigente, Matilde Iaccarino, ha motivato e sostenuto la comunità scolastica a promuovere le iniziative culturali, volte a sensibilizzare l'opinione pubblica.
Agli allievi l'opportunità di conoscere l'altra storia, l'altra letteratura, è stata data dalla ricorrenza del giorno  25 novembre. Il diverso momento scolastico è legato a questa data simbolica ed ha avuto lo scopo di celebrare la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre 1999.

I docenti, gli alunni e le famiglie sono stati protagonisti di diverse iniziative, intraprese per cercare di evidenziare gli abusi, le molestie, il femminicidio e rivendicare le pari opportunità tra uomo e donna. Con la lettura di alcuni testi, i ragazzi hanno individuato nei miti le ragioni e le convinzioni umane poste a giustifica della "oppressione" della donna da parte dell'uomo. Una certezza primitiva, quella dell'uomo, pater familias, che  signoreggia ancora in diverse aree geografiche della Terra.
Per rendere chiara la discriminazione di genere, lo psicoterapeuta Massimo Fagioli, ha scritto, per demolirla,  una vecchia frase: "E l'uomo razionale, che salvava la vita procurando cibo e proteine, diventò violento verso le donne e il neonato, pensando e dicendo che non erano esseri umani perché non avevano la forza fisica". La citazione dello psicoterapeuta ha ragioni remote e si nutre del pensiero greco-romano. È risaputo: la misoginia caratterizzava la cultura di molti popoli antichi. Questa verità non ha appagato il bisogno di sapere dei ragazzi. Per soddisfare la loro esigenza di conoscere lo spirito di quel vecchio mondo, si è scelto di scavare nell'impervio territorio delle culture classiche e  della mitologia del mondo antico, che hanno condizionato l'esistenza di tante donne. Studiando la polis, città stato  con strutture politiche e sociali gerarchiche ben definite, gli alunni della scuola di Monte Sant'Angelo hanno capito come  venivano elaborati gli inganni divini, politici, domestici e sociali in difesa del patriarcato.
In quelle città-stato primeggiava la figura del padre di famiglia, padrone assoluto della donna. Nel mondo classico, i ruoli sociali dell'uomo e della donna erano differenti, all'uomo veniva permesso  di  avere sia un ruolo pubblico sia un ruolo privato, mentre alla donna veniva concesso solo il ruolo privato e impedito quello pubblico. Nella famiglia la donna aveva la funzione servile e sessuale, determinata dall'ordine naturale accettato e condiviso. Dalla lettura di alcune pagine di Platone e di Aristotele, si  è percepito che la misoginia era il loro pensiero incondizionato. La donna viveva in uno stato di inferiorità rispetto agli uomini,  le veniva riconosciuta, in particolar modo,  la funzione di riproduzione dei "cittadini", ma in una condizione di silenzio e sottomissione al marito. Rapporti di forza e di violenza maschili, che affondano la loro giustificazione nei miti millenari della storia umana. Miti pregni di paure, accoppiamenti sessuali e assassinii. Afrodite rappresentava la potenza irresistibile dell'amore. Ed era stata lei, la capricciosa degli dei, a indurre Elena ad abbandonare lo sposo ed a provocare la guerra di Troia.  Euripide e Apollonio Rodio  raccontano un'altra donna, Medea. Una donna barbara, ribelle, assassina. Una donna diversa che sceglie il suo destino, infrange le leggi, inganna, uccide, massacra il fratello e uccide i figli. Medea è la strega che proviene dalla Colchide, terra selvaggia, arcaica. Per i classici, i miti di Afrodite e di Medea venivano vissuti come un imbonimento, le donne venivano viste come delle creature malefiche capaci di far perdere il senno ai più saggi. Quella donna del mondo antico era considerata, perciò, un'abile tessitrice d'inganni. Le arti ammalianti della figlia, dell'amante, ma anche della moglie, erano causa del loro essere relegate nel gineceo, escluse dalla vita politica della città, frenate, controllate, ma anche uccise, quando il pater familias lo riteneva opportuno.
Di quella antica cultura si è alimentata la violenza sulle donne. Una violenza che per sopravvivere doveva continuare a distruggere e negare le flebili voci di donne, che parlavano di pari opportunità.  Le voci delle donne erano fastidiose. Quelle voci destabilizzavano la città, per questa ragione, nel cammino dei secoli, la cultura laica e quella religiosa le hanno prima  spente e poi "sacralizzate" per creare miti e leggi che giustificassero le ragioni “divine”  della loro inferiorità, del loro isolamento.
Da troppo tempo, le molestie e gli abusi domestici, anche se erano vecchie convinzioni mitologiche, sono state spiegate e accettate. Per troppi secoli, le esistenze di tante donne sono state condizionate da miti di un tempo passato, che le inchiodano tutt'oggi a tanti pregiudizi di genere.  Emblematico è il mito di Atena. È stata sua la colpa se un dio ha  privato del voto le tante donne per tanti secoli. Al tempo di Cecrope, re originario dell'Attica, ci fu una contesa tra Atena e Poseidone per il nome e possesso del paese. Dopo aver consultato l'oracolo di Delfi, il re convocò un'assemblea della quale facevano parte i cittadini dei due sessi. Gli uomini votarono per Poseidone e le donne per Atena. Vinse Atena per un voto. Poseidone non accettò il risultato del voto e, con ira, invoco' la vendetta degli uomini. Da quel tempo, le donne persero il diritto di voto e anche la possibilità di dare ai loro figli la facoltà di portare il loro nome.
Questo terribile mito ha posto un'antica forza di verità "divina", che, dall'alto dell'Olimpo, si è infiltrata in tante leggi scritte da soli uomini. Il torto di tante donne, si potrebbe scrivere, è stato quello di credere e di temere le "favole" dell'uomo greco prima e quello romano dopo, persuase che raccontassero la loro lunga e primordiale storia. Il pesante fardello di quel mito cadde sulle spalle delle donne dal corpo  mutilato e dalla volontà soffocata, che, solo oggi, alcuni stati laici occidentali stanno cercando di alleggerire con scelte riformatrici. Nonostante i tempi nuovi, i ceppi delle leggi che discriminano le donne persistono quasi ovunque. In pochi stati occidentali quel diritto al voto, tolto da Poseidone, è stato riconquistato solo nel ventesimo secolo, mentre, in Italia, per poter tenere il proprio  cognome dopo il matrimonio si è dovuto aspettare la riforma del diritto di famiglia del 1975.
Scorrono i secoli, ma in molti paesi, la donna continua a subire un'indicibile violenza fisica e morale, accettata e codificata da alcuni stati "etici" e teocratici. In quei paesi, pare di ascoltare ancora la voce di Ismene, sorella di Antigone, che chinando il capo, ripete: "Noi siamo donne, con gli uomini non possiamo lottare". Parole che poi sono state ripetute dal re Creonte: "Non mi farò mai vincere da una donna!".

Con il mito di Antigone, si è cercato il tentativo di contestare la sottomissione della donna. Antigone è stata per tante donne indifese il simbolo della ribellione morale contro l'oppressione, "l'eroina della legge morale che si afferma comunque in ogni caso, costi quel che costi". "Io non pensavo - grida a Creonte - che i tuoi decreti avessero il potere di consentire a un uomo di sovvertire le leggi inviolabili, non scritte, degli dei".
Antigone denuncia l'uso di genere delle leggi scritte dagli uomini e mostra la sua debolezza di fronte all'apparato politico della città - stato.
Da qui, si eleva il grido di sofferenza di molte donne indifese che lottano contro leggi incivili e lo fanno ripetendo un verso dell'Antigone: "Io - dice a Creonte- sono nata per amare, non per odiare".
Una passione, l'amore,  che lascia la donna in una condizione di minorità, nell'attesa delle pari opportunità, concesse dall'uomo figlio, compagno, amante, marito. Questa è la donna contemporanea che, come nel mito di Arianna, guarda l'immagine di altre donne che srotolano il gomitolo “davanti al labirinto buio per essere vittime dell'ingratitudine di coloro che hanno salvato".



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