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'Il Corsivo' - Il coraggio di vivere al sud

Il centro di Vieste (Fg). (foto) ndr.
Una terra a rischio desertificazione umana 

di Adolfo Nicola Abate

FOGGIA, 31 OTT. - Nel Rapporto Svimez 2014 si legge che “il sud è una terra a rischio di desertificazione industriale e umana, dove si continua a perdere lavoro, emigrare, non fare figli e impoverirsi. Negli ultimi cinque anni le famiglie assolutamente povere sono aumentate di due volte e mezzo, da 443mila a un milione e 14mila nuclei”. Perché? Il PIL meridionale che scende di 3 punti e mezzo, la perdita di prodotto che perde 14 punti, l’80% dei posti di lavoro perduti in Italia è al sud, tutte ragioni economiche, ma non bastano le ragioni. Conseguenze: meno famiglie che si formano, meno figli (ormai sono più i morti che i nuovi nati), meno reddito, meno acquisti, meno case che si comprano o si affittano, meno occasioni di lavoro e di impresa, sempre meno servizi, ma sempre più tasse, sempre più giovani che emigrano, sempre più piccole e medie imprese che chiudono, sempre più servizi che si riducono, e sempre più capitale umano che si disperde si perde. E c’è chi si dice ottimista: è l’ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione. Ma intanto, accanto al deserto di industria, commercio, servizi, c’è il deserto peggiore: uomini e donne che apparentemente stanno insieme ma sono soltanto folla in un deserto morale e umano difficile e complesso da scandagliare. Quante solitudini amare, più amare nelle famiglie del sud; quanti abbandoni nelle nostre città, nelle nostre scuole, nelle nostre università; quante povertà materiali e morali e quante sofferenze; quanta droga e quanta violenza nelle nostre strade, quanta corruzione nelle amministrazioni pubbliche, quanti ricatti nei rapporti di lavoro, quanta malavita organizzata e quanta omertà, difficile da condannare se è in gioco la sopravvivenza. Non bastano pub e pizzerie a riempire questo deserto esistenziale, amplificato dai media televisivi nelle sue contraddizioni. E non basta sballarsi di testa. Come non bastano quegli immigrati che si spaccano la schiena come schiavi a riequilibrare la bilancia; non bastano loro a far figli e rimettere almeno a zero il rapporto tra nascite e mortalità; non bastano gli onesti a battere la corruzione, non bastano i sindacati a battere le ingiustizie, non bastano quelli che hanno il lavoro a sostenere quelli, soprattutto giovani, che non ce l’hanno, e non bastano cento governanti perbene a cambiare questa terra. Come sempre, occorre ritrovare la coscienza comune, tanti “qualcun altro” per uscire dal deserto, e mettersi insieme senza “uccidersi”, per trovare il coraggio di vivere al sud. Non vogliamo più guerre tra poveri. Abbiamo davvero voglia di farlo?





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