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Teatro. Con l'ANFITRIONE della Ludovico, in scena la crisi di identità dell'uomo di ogni tempo

Una immagine dello spettacolo. (foto M.C.) ndr.

di Maria Caravella

BARI, 19 MAR. - "Chi sono io se non sono io? Quando guardo il mio uguale a me vedo il mio aspetto, tale e quale, non c’è nulla di più simile a me! Io sono quello che sono sempre stato? Dov’è che sono morto? Dove l’ho perduta la mia persona? Il mio me può essere che io l’abbia lasciato? Che io mi sia dimenticato? Chi è più disgraziato di me? Nessuno mi riconosce più, e tutti mi sbeffeggiano a piacere. Non so più chi sono!" Queste sono alcune delle domande che torturano i protagonisti dell’Anfitrione, scritto da Plauto più di 2000 anni fa, ma ancora di straordinaria attualità. Cosa c'è di più affascinante sia per un attore, che per l'uomo comune, di porsi di fronte al problema dell'identità? Una bellissima e significativa interpretazione di un testo senza età, quella dell'ANFITRIONE, Drammaturgia e regia di Teresa Ludovico, con Michele Cipriani, Irene Grasso, Demi Licata, Alessandro Lussiana, Michele Schiano di Cola, Giovanni Serratore musiche dal vivo del Maestro Michele Jamil Marzella, spazio scenico e luci diVincent Longuemare, coreografia di Elisabetta Di Terlizzi, costumi di Teresa Ludovico e Cristina Bari consulente letteraria Lucia Pasetti Produzione Teatri di Bari / Kismet - Abeliano inserito nella programmazione del Teatro Pubblico Pugliese "2018. 
Una intramontabile avventura teatrale e letteraria quella dell’Anfitrione di Plauto, capace di appassionare i più importanti drammaturghi di tutti i tempi. Da Thomas Mann è stata definita la commedia più bella della storia del Teatro, da cui è nato il termine Sosia, nome intuitivo del servo di Anfitrione, a cui da oltre 2000 anni si associa il tema del doppio, della perdita di identità o della costruzione di una identità fittizia. Tema che viene sviluppato non solo sul piano del comico, ma approfondito nel verso di una vera e propria crisi di identità capace di sfiorare la tragedia. Una tragicommedia che è stata modello, nel corso di oltre 2000 anni, di numerose e differenti riscritture teatrali, e ispirazione per molte opere letterarie e anche cinematografiche. Il doppio, la costruzione di un’identità fittizia, il furto dell’identità, la perdita dell’identità garantita da un ruolo sociale, sono i temi che Plauto ci pone in modo nuovo, da lui definita tragicommedia, in cui convivono le vicende di dei, padroni e schiavi. Qui il supremo Giove, dopo essersi tramutato in animali e vegetali decide, di mascherarsi da uomo, assumendo le sembianze di Anfitrione, allora lontano da casa, per potersi amoreggiare con sua moglie Alcmena, e generare con lei il semidio Ercole. Teresa Ludovico, "poetessa del Teatro" oltre che regista, autrice e attrice , dal '93 attiva artisticamente presso il Teatro Kismet Opera di Bari, ha realizzato una sua riscrittura di questo grande capolavoro, firmandone oltre al testo la regia. Come molte delle riscritture della Ludovico, non dimentichiamo quella simpaticissima ed originale del Malato immaginario di Moliere, anche qui l'idioma partenopeo rappresenta l'identità del Mezzogiorno. 
La performance, nell'incipit contiene gli antefatti sanguinosi della "saga familiare “ di Anfitrione e Alcmena, in dissonanza dal testo originario, i personaggi protagonisti del mito da Tebe infatti vengono catapultati in una provincia del Sud Italia. In virtù di tale manomissione Anfitrione e il suo servo Sosia, Alcmena e la serva Bromia diventano i protagonisti di una comunità malavitosa di oggi e si esprimono in un idioma vicino ai dialetti meridionali. Come scenografia, uno gioco di specchi, ideata di Vincent Longuemare , dove un sincronico gioco di luci crea "doppie realtà, tra di loro a confronto, quella divina e quella umana, dove "l’altro da sé e il riflesso di sé", continuamente si inseguono. Sulla scena, infatti, sei attori e un musicista si rincorrono vertiginosamente, alla ricerca della propria identità. E' così che la commedia di Plauto irrompe in un torrido e alienato Sud, dove la realtà non sempre coincide con le aspirazioni. Teresa Ludovico con abilità riesce a realizzare una coralità composita e tragicomica che lavora come un contrappunto stravagante e burlesco in un contesto di doppi, in cui divino e umano si alternano in un andirivieni continuo. Realtà e finzione, convivono alternando verità e illusione, in un continuo gioco di richiami, attraverso la plasmabilità dei dialoghi serrati, valorizzati dalla fisicità degli attori, capaci di creare accattivanti sequenze di movimento, dialoghi incalzanti e situazioni tragicomiche, capaci di catturare il pubblico in un continuo andirivieni per tutto il corso della messinscena.



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