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Teatro. L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO e l’ironia brillante di Wilde

Una immagine dello spettacolo. (foto M.C.) ndr.

di Maria Caravella

BARI, 14 MAR. - Prosegue con successo la programmazione del Teatro pubblico pugliese, al Petruzzelli dialoghi taglienti, battute che si susseguono a tamburo battente, «mitragliate» da personaggi che, nella colorata, vivace e divertente regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia si presentano come crudeli burattini, eleganti, annoiati, opportunisti e benpensanti. In questa "commedia frivola per gente seria" come dalla critica viene definita Wilde, utilizza come espediente il ribaltamento paradossale del senso comune per «smantellare» con sorridente ferocia i luoghi comuni su cui si fonda ogni compatta società borghese. Un'irriverenza che non è mai fine a se stessa e pone le basi dell'umorismo queer, un umorismo che, attraverso l'epoca d'oro della commedia hollywoodiana, è arrivato fino a noi senza perdere in freschezza e causticità. Stiamo parlando de L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO e l’ironia brillante di Oscar Wilde , con Elena Ghiaurov, Elena Russo Arman, Giuseppe Lanino, Riccardo Buffonini, Matteo De Mojana, Cinzia Spanò, Camilla Violante Scheller, Nicola Stravalaci regia, scene e costumi di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia L’importanza di chiamarsi Ernesto è una commedia teatrale di Oscar Wilde, rappresentata sulle scene per la prima volta nel 1895. E da tanti messa in scena e anche rivisitata. 
Narra di Algernoon e Jack, due amici aristocratici che vivono nella menzogna. Algernoon ha creato un personaggio di nome Bunbury, un amico molto malato che gli permette di sfuggire ad eventi mondani con la scusa di andare ad accudirlo. Jack, tutore della giovane Cecily, ha inventato l’esistenza di Earnest, suo scapestrato fratello e ogni volta che si annoia nella sua tenuta in campagna fugge via, con la scusa di andare a rimediare all’ennesima bravata del fratello immaginario. Jack, che quando fugge in città è conosciuto col nome di Earnest, ama Gwendolyn, la cui madre lo rifiuta come pretendente, in quanto orfano senza passato. Algernoon, fingendo di essere lo sbandato fratello di Jack, piomba nella sua villa di campagna e si innamora di Cecily, ragazza sognante che ha sempre desiderato fidanzarsi con un uomo che si chiamasse Earnest. Da qui, iniziano una serie di equivoci, scambi di persona e incastri che rendono la commedia esilarante e avvincente, fino alla sua ironica e lieta conclusione. L’umorismo di Wilde è pieno di nonsenso, equivoci, ironia, giochi di parole. Il nome Earnest, tradotto in italiano corrisponderebbe al nome Franco, sinonimo di onesto, sincero ed è proprio questo che rende interessante la commedia, basata fin dal titolo su un contro-senso che vedrebbe i protagonisti, due bugiardi abitudinari, conosciuti col nome di Earnest. 
Cecily e Gwendolyn non li avrebbero mai sposati se non si fossero chiamati così: Earnest è un nome che le fa vibrare, fremere di gioia e soddisfa le loro fantasticherie adolescenziali, durante le quali favoleggiavano di un uomo capace di amare, sincero, onesto, ma soprattutto un uomo che corrisponde a quel nome che ispira loro cieca fiducia. Ed è questo quadretto che rende la commedia ancora più divertente. Da una parte le donne, superficiali, vendicative, passionali, ma anche volubili e dall’altra gli uomini, bugiardi, vittimisti, manipolatori. L’importanza di chiamarsi Ernesto racchiude un bozzetto che attacca con stile le convenzioni del suo tempo, la stupidità delle etichette sociali, la comica ipocrisia dell’alta società, la pochezza che spesso si annida nel romanticismo infantile di alcune adolescenti. Il tutto in una commedia frizzante e briosa, mordace, ma allegra, ironica, ma profonda. Questa “commedia frivola per gente seria” è l’esempio più bello di come Wilde, attraverso l’uso di un’ironia caustica e brillante, sveli la falsa coscienza di una società che mette il denaro e una rigidissima divisione in classi al centro della propria morale. Il rovesciamento paradossale del senso è l’espediente più usato dall'autore che ci appare così, a una prima lettura, come un precursore del teatro dell’assurdo, mentre in realtà è impegnato a “smontare” con sorridente ferocia i luoghi comuni su cui si fonda ogni solida società borghese.“ Restituire questa allegra cattiveria richiede per Ferdinando Bruni e Francesco Frongia una mano registica leggera e complice. 
Il palcoscenico diventa così una tabula rasa su cui far emergere i “colori” dei personaggi in un gioco che facilmente si può assimilare ai cartoon e all’immaginario pop.



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