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Politica. Erdogan dichiara scacco matto all’Europa

Erdogan. (foto web) ndr.

di Giuseppe Femiano

BARI, 6 MAR. - La Turchia di Erdogan ha ammassato oltre 135.000 immigranti ai confini con la Grecia, dando loro via libera di marciare verso l’Europa. In verità che non si tratta di immigranti economici ma di jihadisti ex combattenti contro il regime di Assad e pro Turchia che, una volta accerchiati dall’esercito siriano e deposte le armi, sono stati lasciati liberi con l’impegno di spostarsi con le loro famiglie in Turchia. I turchi inizialmente li hanno sistemati ai confini della Bulgaria, ove comunque l’amico presidente Rumen Radev ostacola il loro ingresso in Europa. Certamente non hanno potuto fare da soli a piedi le centinaia di chilometri attraversando la Turchia impunemente, quindi risulta chiaro che volutamente sono stati trasportati al confine con la Grecia. 

Come mai ora questo cambiamento? Un’attenta analisi suggerisce riflessioni profonde sulla vicenda che, pur trovandosi allocata tra le consuete istanze nazionalistiche-imperialistiche tipiche dell’area geografica egeo-islamica e la questione dei migranti, presenta diversi profili di novità rispetto alle situazioni del recente passato. La politica ambigua e volutamente oscillante del “Sultano Erdogan”, nonostante l’allora copiosa profusione di denaro pubblico europeo di ben tre mld di euro del 2015, viene costantemente confermata non ultimo dall’azzardo di riaprire le proprie frontiere. Lo stato attuale degli eventi vede il rapido succedersi di una escalation che procede dalla quasi sconosciuta decisione turca di non perdere nemmeno un metro di territorio siriano, e nello specifico nella provincia di Idlib, a fronte della vittoriosa avanzata delle truppe del regime di Damasco, passando per l’apparentemente strano salto di qualità improvviso degli attentati terroristici perpetrati dai così detti ribelli. La situazione del momento ha fatto sì che, per ovvi motivi geografici, ad intercettare e respingere il maldestro tentativo di Erdogan di destabilizzare i fragili equilibri nell’unione europea ed a mettere il bastone turco tra le ruote della macchinazione di Ankara, fosse proprio la Grecia. 

La decisione di Atene non poteva comunque suscitare alcun stupore attesa la storica rivalità coi turchi e se vogliamo il comune sentimento religioso con Mosca e non ultima la presenza del centrodestra di Mitsotakis al governo della nazione egea. La politica di Erdogan, usata a ragion veduta come ricatto e con la voluta conseguenza di riversare la massa di profughi fuggiti dalla guerra nel continente europeo, è finalizzata alla pretesa, contro lo statuto della Nato, di essere giustificato e affiancato dagli eserciti occidentali nel forzare la situazione presente nell’area. Praticamente una pericolosa escalation su un’aerea strategica ove oltre la Siria e la stessa Turchia, anche l’Iran, la Russia e sullo sfondo la Cina e gli USA e at last but not the least Israele e però meno importanti pure Francia e GB. sono presenti o pesantemente interessati, Spieghiamo meglio, non è da poco che si è creato, in contrapposizione, un nuovo assetto geopolitico tra Israele Grecia Egitto che fanno manovre navali unite nell’aria compresa che va da Cipro fino alla Libia. Tutto ciò è dovuto anche e soprattutto alle ricerche petrolifere, non scordiamoci le minacce ricevute dall’Eni quando con proprie tecnologie ha scoperto, dove altri hanno fallito, nelle acque territoriali cipriote giacimenti di gas e di petrolio. 

Erdogan non vuole urtarsi Putin che difende la Siria anche perché, dopo la caduta del muro di Berlino, gli americani volenti o nolenti hanno smesso di fare i guardiani del mondo e la NATO di cui fa parte la Turchia con il più forte esercito dopo quello degli USA si è ormai smagliata e non ha più ragione di essere, specie dopo i discorsi di pace di Trump con i talebani dopo la disfatta subita in Afganistan. Le mire del Sultano sulla Libia si sono fatte pressanti dopo la guerra scatenata dalla Francia di Sarkozy con l’appoggio della Gran Bretagna e la connivenza degli USA che ancora ricordavano l’attentato di Lockerbie del 21 dicembre1988 fatto alla Pan Am che provocò 270 morti. Si fa strada nella considerazione generale, al di là delle gravi accuse che gli vengono mosse, che la guerra scatenata dall’allora presidente Sarkozy contro la Libia sia stata determinata non tanto da motivi strategici ed economici (il sostegno alle “primavere arabe”, l’acquisizione di una posizione di supremazia – ai danni dell’Italia – nello sfruttamento delle risorse energetiche libiche), quanto dalla necessità di chiudere la bocca a Gheddafi proprio per salvaguardare sé stesso. Erdogan vigliaccamente approfittando del coronavirus fa pressione su una debole Europa disunita incapace di fare una politica unitaria. Incidono in questa debolezza europea il dopo brexit, la mancanza di una vera politica estera comune, l’assenza di un esercito e di una flotta europei ed in ultimo, ma non meno importante, l’assenza di una valida comune Intelligence europea e di una strategia comune agroalimentare che danneggia in particolare i paesi mediterranei. Intanto l’Europa imbelle si nasconde dietro una moneta unica impedendo ai singoli paesi di stamparne secondo le necessità contingenti, mentre gli USA CINA e GB possono immettere in giro per il mondo quanta carta moneta vogliono (helicopter money).

 Certamente l’immissione di centinaia di migliaia di ex jihadisti (sembra siano più di 500.000 in attesa) sarà più pericolosa del coronavirus, le masse in movimento non sono altro che armi da usare per creare dissesto economico e instabilità politica, ma Erdogan non demorde e si muove a 360 gradi. A tal proposito è notizia di stanotte che dopo cinque ore di colloquio Erdogan e Putin a Mosca hanno firmato una tregua per far cessare i combattimenti a Idlib, mentre Assad continua ivi i massacri di persone inermi e centinaia di migliaia di persone stanno fuggendo verso la Turchia e quindi verso la pseudo terra promessa europea. Il vero e solo difensore dell’Europa sembra essere diventato Putin, la Gran Bretagna ormai con la sua forza nucleare ne è uscita e volge occhi e cuore verso il Nord America; la Francia unica rimasta con “la force de frappe” atomica, di cui il francese, ma nato a Torino, gen. di brigata Pierre Louis Gallois tanto decantava, si rivolge all’Europa per essere sostenuta nei 5 miliardi di euro spesi annualmente per mantenerla ma volendone tenere il controllo esclusivo. Sorge spontanea la domanda l’Europa unita, ma in realtà non lo è, cosa farà o risponderà?



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